

di Peppe Papa
Non è certo un bel momento per gli epigoni nostrani del populismo sovranista, non potevano prevedere la piega che avrebbe preso la furia mondialista anti sistema di cui si erano fatti artefici in Italia, la possibilità che finisse male fino a trovarsi a un passo dal terzo conflitto mondiale. Un epilogo di questo genere, proprio non l’avevano immaginato.
Giuseppe Conte e Matteo Salvini, sono preoccupati, l’aver ‘trafficato’ in qualche maniera con il capo del Cremlino, leader incontrastato della lotta alle democrazie occidentali, culminata con l’assalto a Capitol Hill capeggiato dal suo ‘amico’ Trump e con l’invasione dell’Ucraina, gli provoca un grande imbarazzo.
Non sanno come dire all’amico russo che è stato bello, ma è finita, loro non sono più della partita. Temono l’ira dello zar, non si sa mai cosa è capace di tirare fuori, e coscienti di non essere specchiati, provano a barcamenarsi dando una mano per quel che è possibile.
Solo che non basta, l’avvertimento lanciato dal direttore del Dipartimento europeo del ministero degli Affari esteri russo, Aleksej Paramonov che ha minacciato “conseguenze irreversibili” in caso di nuove sanzioni al suo Paese, sono inequivocabili. In pratica sono pronti a rendere pubblici, nero su bianco e con nomi e cognomi, i rapporti intrattenuti e gli accordi con la politica italiana.
A partire dalla spedizione militare russa in Italia durante la pandemia, gli affari con i petrolieri per finanziare partiti, c’è n’è per tutti. Per i nostri sarebbe devastante dover rendere conto di cose che non si dovevano mai venire a sapere, fornire spiegazioni.
Perciò non perdono occasione nel ricorrere all’esercizio antico del doppiogiochismo, sperando che Putin e i suoi sgherri ci cadano. Ieri, dopo l’intenso discorso del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky in collegamento video con il parlamento italiano, hanno trovato il modo di sottolineare che il patto di amicizia, nonostante le avverse circostanze, resta solido.
Alla dichiarazione del presidente del Consiglio, Mario Draghi rivolta a Zelensky, circa l’incremento dell’invio di armamenti alla resistenza ucraina, i due hanno preso subito le distanze. “Di fronte ai massacri – ha detto il premier – dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza”.
“Zelensky ha fatto un discorso di pace, io sono in difficoltà quando qualcuno parla di armi, faccio fatica a applaudire”, ha detto Salvini ai cronisti all’uscita della Camera. “Per il M5S non è pensabile – ha sottolineato Conte – procedere ad incrementi della spesa militare nel contesto attuale di enorme sofferenza economica di famiglie e imprese”.
Più di questo non si può, sperando cha a Mosca capiscano, nel frattempo restano a disposizione, eventualmente per il futuro, sempre che dovessero riuscire a conservare una qualche voce in capitolo nel nuovo ordine mondiale che si va prefigurando, dopo lo scontro di civiltà che si sta consumando al confine, in Ucraina.
Improbabile che accada come è probabile, invece, che la vendetta di Putin, anche lui comunque vada destinato all’oblio, arrivi inesorabile. Addio, allora, ai sogni di gloria dell’avvocato parvenu pentastellato e a quelli immeritatamente coltivati dal Capitano leghista. Per essere leader, la pubblicistica insegna che servono gli ‘attributi’ che, se non si hanno, non si inventano.