

di Peppe Papa
Un parvenu della politica, uno cui hanno fatto credere di potercela fare a diventare un leder e lui tenace ci prova, finora con scarsa fortuna. Giuseppe Conte è alle prese con l’ennesima prova dei clic in Rete per certificare un carisma sul M5S che l’evidenza si occupa ogni giorno di contraddire.
Domenica e lunedì su Skyvote, la piattaforma su sulla quale i grillini hanno trasferito le loro decisioni, dopo l’abbandono della mitica Rousseau delle origini, è previsto il voto online per la convalida della sua leadership. Si sa già come andrà a finire, anche se questa volta ci ha voluto aggiungere un pizzico di suspense.
In un video-appello, fatto girare sui social alla vigilia della consultazione, nel chiedere la riconferma della fiducia, ha avvertito che rinuncerà alla proclamazione se il mandato della base non dovesse essere schiacciante.
“Non mi interessa prendere il 50% più uno dei voti – ha annunciato solenne – anzi vi dico che se il risultato fosse così risicato, sarei il primo a fare un passo indietro”.
C’è da giurare che otterrà il 90% e passa dei consensi (a prescindere dal numero degli aventi diritto, ci mancherebbe), su questo nessuno nutre dubbi, nemmeno lui, ma non ha rinunciato a confezionare uno spot elettorale vero, come se stesse contendendo sul serio il primato a un altro sfidante.
Ha pertanto sciorinato un lungo elenco di promesse, richiami ai valori fondanti del Movimento e posizioni intransigenti sulle questioni più calde del momento, a partire dal conflitto in Ucraina. Con toni e parole d’ordine che si addicono a un vero condottiero, come Casalino comanda.
Non ce n’è stato nessuno, compresi i presunti alleati del Pd, dai quali ha voluto rimarcare in maniera neanche tanto sibillina la distanza.
“Non votatemi – ha detto – se pensate che il M5S debba stare nelle stanze dei bottoni e non sui territori. Non votatemi – ha proseguito – se pensate che deve diventare una forza moderata e conservatrice, che si sforza di piacere a tutti anche a costo di essere la brutta copia di altri partiti tradizionalmente divisi in correnti“.
Per quanto riguarda il governo, poi, è andato sul classico, disconoscendone l’azione, chiamandosi fuori dai provvedimenti più significativi, tranne per quelli che hanno rappresentato la difesa “delle nostre conquiste che altrimenti sarebbero state cancellate” ha sottolineato.
“Ora non basta più restare nella difensiva – ha attaccato – Io sono disposto anche ad avere contro tutti se questo vuol dire fare gli interessi dell’Italia e dei cittadini”.
Pertanto, “no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto, in un momento del genere”, ma sì agli “investimenti shock sulle rinnovabili e a sostegno senza precedenti di imprese e lavoratori in crisi” (sic).
Insomma, ha messo in campo tutto l’armamentario retorico che ha accompagnato la sua ascesa fino alla stanza più ambita di palazzo Chigi, oscuro avvocato baciato dalla fortuna fatta di una contingenza storica irripetibile forse, sperando che possa servire, non tanto nei confronti di quello che resta dei Cinquestelle, ma per un suo personale futuro politico.
E non è detto che basti.