

di Vincenzo Marini Recchia
Francis Fukuyama, ascoltato consigliere della famiglia Bush, aveva predetto un mondo noioso, guidato dagli Usa, dopo la fine della guerra fredda. Ed è andata così per quasi due lustri.
Un vorticoso processo di globalizzazione economica e finanziaria ha determinato una delocalizzazione dell’industria manifatturiera occidentale verso le aree asiatiche con disponibilità di manodopera sterminata, non sindacalizzata, disponibile a bassissimi salari.
L’avidità di questo spirito animalesco del capitalismo ha preso sul serio il messaggio di Fukuyama ed ha operato il più gigantesco trasferimento di know how industriale e tecnologico verso paesi dai regimi autoritari, quando non addirittura tirannici.
Il più pragmatico e spregiudicato di questi, con una popolazione pari a un quarto di quella mondiale e con una governance fondata sul partito unico comunista, la Cina, si è imposto con una progressione economica sbalorditiva fino a competere con gli Usa.
La sottovalutazione delle differenze esistenti nel pianeta e delle ambizioni storiche di grandi nazioni asiatiche ed euroasiatiche si è fatta evidente sul finire della prima decade del XXI secolo. È difficile districarsi nella complicatissima coesistenza planetaria di popolazioni diversissime per storie e costumi ma anche per grado di civilizzazione.
Le ideologie e le religioni costruiscono lenti che quasi sempre oscurano la lettura reale delle forze che si confrontano nell’evoluzione della specie umana. L’essenziale di questo conflitto riguarda da sempre la forma della società.
Società aperta e pluralista contro società chiuse e autoritarie. Ed è una lotta per la sopravvivenza. Le élite delle società chiuse non possono ammettere ai loro confini comunità che prosperano sui valori del diritto inalienabile della persona e della diversità, del dubbio e della messa in discussione dell’autorità.
Il pragmatismo delle società libere cozza contro l’assolutismo delle autocrazie. Prima o poi il lupo si avvicina all’agnello che beve e gli snocciola tutte le sue ragioni per mangiarselo.
Immaginare di convincere con gli argomenti della ragione un militante di una ideologia o una religione è fatica sprecata.
È più utile ed efficace organizzare, nel campo democratico – che potremmo chiamare il campo della compassione laica – un costante lavoro di intelligenza dei fatti ma anche della accumulazione della forza, confidando nella lezione della storia: comunque sterminata appaia la quantità del consenso ottenuto con la tirannia, lo scontro finale vede i dittatori soccombere.
Ora siamo ad uno di questi tornanti. Gli agit prop – a pagamento o gratuiti – del totalitarismo ci chiedono di arrenderci.
Dobbiamo essere consapevoli, mentre soffriamo per la carneficina che gli squadroni della morte di Putin stanno operando, che quelle atrocità sono un messaggio terroristico scelto consapevolmente per piegare proprio noi, distanti dal fronte di guerra, che siamo la riserva della lotta per la libertà.
L’angelo della libertà è più forte dei demoni sterminatori. Siamo in tanti. Magari è necessario – cogliendo la metafora della pasqua ebraica – dargli un segno di riconoscimento: non ne vedo uno migliore di quel piccolo portachiavi con la bandiera dell’Unione europea, sfuggito dalle dita della nostra sorella ukrajna, assassinata a Bucha.
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Bravissimissimissimi!