

di Vincenzo Marini Recchia
È la prima volta dal marzo del 2018 che un giudizio politico di Matteo Renzi è così logicamente sconnesso dal contesto. Mi riferisco al suo insistente richiamo alla mediazione che l’UE dovrebbe compiere trattando con Putin. Mi duole rilevarlo, ritenendo Renzi l’oggetto di una character assassination che ha avuto, proprio in Vladimir Putin, il motore decisivo fin dalla famosa deposizione di fiori sul luogo dell’assassinio di Boris Nemcov.
Perché è sconnessa logicamente dal contesto la richiesta di mediazione con una voce unica, quella di Angela Merkel?
Provo a riassumere per punti:
1) Putin ha ripetutamente respinto ogni mediazione puntando all’annientamento/mutilazione dell’Ukrajna. Questo è un dato di fatto tragicamente scritto dalle armi.
2) Zelensky e il suo popolo sono due mesi che resistono con il sostegno unanime dell’UE e del mondo occidentale.
3) Nessun leader politico occidentale può sostituire Zelensky al tavolo della pace. Nessuno è legittimato a farlo. Dopo due mesi di resistenza sul campo di battaglia e migliaia di morti civili.
4) Dal punto 3 discende che nessun tedesco e tantomeno Merkel ha qualcosa che possa obbligare Putin a cambiare postura. Anzi, un tedesco che parli per gli ukrajni non sembra proposta che li possa tranquillizzare. Vedi il duro invito al PdR tedesco a non andare a Kyiv.
Si parla molto di riscrivere le regole della coesistenza pacifica internazionale. Siamo a un tornante epocale si dice. E si snocciolano cifre sacrosante sui dati demografici e sulle prossime crisi alimentari.
Mentre c’è una guerra in corso in cui è chiaro chi sia l’aggressore e chi l’aggredito, parlare di mediazione senza alcun riferimento ai contenuti della stessa contiene però un rischio: di apparire non politico ma politicista.
Si può solo comprendere, anche se non assolvere, questa solitaria posizione se la si legge come sostegno elettorale a Macron, dal momento che è convinzione di Renzi che solo quest’ultimo, in accordo con Draghi e Scholtz, può accelerare il processo di trasformazione dell’UE nel soggetto geopolitico e militare che renderebbe più equilibrato e stabile il XXI secolo.
In ogni caso più aiuti e più sanzioni è la linea dalla quale nessuno in questa Pasqua – Pesach, passaggio – può deflettere dal momento che ogni distinguo può essere letto come concessione di incrinature politiche.
Kissinger i ponti chiedeva di costruirli dopo che l’URSS si fosse dissolta, non certo prima. Prima non è arretrato di fronte a nulla pur di colpire il sistema sovietico.
Il ponte Ukrajna, invece, Putin vuole cancellarlo perché è transito del contagio democratico. Mario Draghi lavora ora, dopo qualche tentennamento, in grande sintonia con Washington. Questo ci tranquillizza e ci predispone ai sacrifici necessari per provocare il default dei cleptocrati.
Macron e Renzi scommettono sulla sopravvivenza politica di Putin. È evidente.
Non mi permetterei neanche per un attimo di comparare le mie letture da casa alle informazioni di due politici così intelligenti. Tuttavia in questi casi è prudente tacere oppure, se si è in carica e si deve essere rieletti, in un paese di tradizione russofila, fare venti telefonate a Vladimir, perché dopo il 24 aprile, se la Francia antifascista continua a reggere, assume certamente un altro valore in vista del famigerato 9 maggio giorno della vittoria già dichiarato dal criminale di guerra.
Intanto se ricordo bene, i più informati di tutti, prima del 24 febbraio 2022, erano gli americani e gli inglesi. Medvedchuck, il fantoccio che doveva prendere il posto di Zelensky è stato arrestato e l’incrociatore lanciamissili, Moskwa, affondato davanti ad Odessa. Al 50° giorno è lecito, dunque, coltivare più di una speranza in scenari diversi da quelli narrati dalla propaganda putiniana e dai raffinati cultori di studi strategici allevati a vodka e caviale.