

di Peppe Papa
Draghi “ne ha le scatole piene” di Conte e Salvini. Lo si apprende da alcune veline di Palazzo Chigi, indispettito dall’atteggiamento “meschino” e dagli strappi irresponsabili dei due segretari di partito. Il premier, dicono, “non è preoccupato per la tenuta del governo”, li ha pesati entrambi per essere certo che gli mancano gli attributi e la forza per aprire una crisi, ma il loro operare espone a brutte figure l’intero paese.
E questo non va bene, gioca a sfavore della credibilità conquistata dal governo italiano per merito del Presidente Mattarella, che ha voluto l’ex banchiere centrale europeo a capo dell’esecutivo e di Matteo Renzi, al di là di quello che si pensa del personaggio, abile e spregiudicato nel costruire le condizioni per renderla possibile, sarebbe un vero peccato buttare via tutto il lavoro fatto.
Molto dipenderà da come andranno le amministrative della prossima domenica e da come ne usciranno i leader di Lega e M5S alle prese con un difficile passaggio per il futuro della loro carriera politica che potrebbe subire un grave contraccolpo e svanire in un niente. Per questo si danno da fare, anche a rischio di coprirsi di ridicolo, pur di mantenere alta l’attenzione su sé stessi.
Uno voleva andare a Mosca a parlare con Putin e senza dire niente a nessuno, dice per fare una sorpresa, stava preparando il viaggio incontrando più volte l’ambasciatore russo a Roma. Sgamato ha dovuto fare marcia indietro, coperto dal ridicolo di tutto l’arco politico italiano e internazionale, trincerandosi come un bambino beccato con le mani nella marmellata, dietro il risentimento dell’essere un incompreso.
L’altro, invece, l’avvocato pentastellato insiste sul pacifismo di maniera e promette fuoco e fiamme il 21 giugno, quando il presidente del Consiglio riferirà alle Camere sull’andamento della guerra in Ucraina ribadendo la nostra posizione di assoluto sostegno alla resistenza ucraina, intenzionato a presentare una mozione contro l’invio di altri armi da mettere ai voti.
Nel frattempo, però, incombe il voto e le aspettative per entrambi non sono rassicuranti, anzi. Si prevede che Lega e Cinquestelle andranno malissimo e sia Salvini che Conte rischiano l’osso del collo. Se il Carroccio va sotto il 15% è già scritto che si chiude la parabola del Capitano, avanti un altro (Giogetti, Fedriga, Zaia, chissà). Se Conte scende sotto il 10% c’è lì Di Maio che l’aspetta e sarà una carneficina.
In questo scenario Mario Draghi può dormire sonni tranquilli, l’ultimo scorcio della legislatura, fuorigioco i due campioni del populismo, sarà un cammino meno accidentato potendo contare sul fatto che i due principali partiti accreditati dai sondaggi, Fdi e Pd, potranno lucrare sulle disgrazie dei loro amici-avversari e prepararsi nel miglior modo alla sfida del 2023. Certo è tutto da vedere come andrà a finire e se l’antipolitica segnerà il passo, di sicuro, se dovesse succedere, non ne sentiremo la mancanza.