

di Gaetano Piscopo
Il risultato elettorale del 25 settembre è stato chiaro e netto: il centro destra ha vinto senza sé e senza ma. Non è stata una sorpresa, il risultato era ampiamente annunciato dai vari sondaggi.
Una cosa è certa. Il sistema politico è totalmente imploso e il modello imposto nella seconda Repubblica, il bipolarismo, non è più praticabile. Negli ultimi decenni l’antipolitica ha trattato i leader alla pari delle mode stagionali, provocando rapide ascese e ripide discese. Ma veniamo ai dati.
Alla larga affermazione di Fratelli d’Italia si contrappone l’insuccesso della Lega e probabilmente il declino di Salvini dopo le fallimentari rappresentazioni del “leader del Papete”. Berlusconi invece, nonostante le deliranti affermazioni su Putin e la guerra in Ucraina, viene rianimato dal voto ottenuto in alcune regioni meridionali, in primis la Sicilia e dalle previsioni di vittoria del centro destra. Forza Italia festeggia il successo pur dimezzando dei voti precedenti, rinviando il proprio tramonto.
Il PD paga lo scotto di scelte contradditorie che trasformano il “campo largo” in un orto coltivato da diverse opinioni e posizioni. Per questo viene consumato l’ennesimo parricidio, confermando la frequente prassi di delegittimare i suoi leader. Letta se ne va e tanti capicorrente competono alla sua sostituzione. Per andare dove? Tornare alle origini fondative di un partito democratico di ispirazione liberale e socialdemocratico con vocazione maggioritaria, oppure rincorrere il radicalismo melenchoniano ed il populismo pentastellato? Staremo a vedere.
Diverso il discorso per il M5S. La sfrontatezza e il trasformismo di Conte tiene in vita, seppure ridimensionato, il Movimento diventandone il leader supremo che tenta di offuscare ogni altro riferimento passato, Grillo compreso. Facile passare all’incasso nelle regioni più povere del Paese. Il Reddito di Cittadinanza e il Superbonus sono il loro cavallo di battaglia facendo dimenticare tutte le incongruenze e le contraddizioni che hanno distinto la loro permanenza al governo.
Il Terzo Polo, pur se messo in piedi alla vigilia delle elezioni, ottiene un buon risultato ma non raggiunge l’obiettivo della doppia cifra. A dire il vero lo ha fatto in gran parte del centro nord con risultati a volte oltre le previsioni. Ma rimane penalizzato nelle aree dove il ceto di riferimento, quello medio, è meno incisivo e dove è più forte l’astensione e la cultura dell’assistenzialismo, il Mezzogiorno.
Con i risultati delle urne si tratta di verificare quanto Giorgia Meloni sia capace di essere la sintesi del nuovo governo e quante delle promesse elettorali verranno rispettate. Viene il sospetto che la realpolitik modifichi gli obiettivi preannunciati dagli alleati di Fratelli d’Italia e che Meloni sia molto più ferrata, attrezzata e capace di contrastare i ricatti già preannunciati dagli alleati nella spartizione dei posti di comando. Dalla sua parte, la necessità di dialogare sia sul fronte interno che con la comunità europea per il dilagare delle emergenze ed impellenze nazionali.
Purtroppo ancora una volta l’avversione alla leader di Fdi, invece che essere rappresentata in proposte e valori alternativi, viene strumentalizzata tramite citazione di fatti e misfatti familiari che nulla hanno a che vedere con l’impegno e i valori che esprime. La solita storia, i soliti metodi.
C’è da dire che Mario Draghi ha fatto buona scuola e lo dimostra la sobrietà con cui la premier in pectore sta approcciando al passaggio delle consegne. A un obiettivo così importante ottenuto, non è corrisposto l’entusiasmo e il rumore dei festeggiamenti del suo partito.
Grava il peso della enorme responsabilità di scrollarsi di dosso le etichette di post fascismo su cui la sinistra ha improntato la sua campagna elettorale. La dimostrazione di ciò è nel fatto che solo pochi giorni fa ricorreva il centenario della “marcia su Roma” il 28 settembre, eppure neanche un accenno, o annuncio da parte dei seguaci di Fdi, diversamente dagli anni passati.
Forse è proprio questo atteggiamento, seppure impostato, a dimostrare che in mancanza di un recupero della centralità della politica ed in assenza di forze democratiche e liberali credibili, la destra avrà possibilità di rafforzarsi.
Intanto mentre sul piano nazionale ci si approssima al passaggio delle consegne c’è la necessità di avere una voce autorevole in Europa per contrastare scelte nazionali che rischiano di innescare processi di concorrenza sleale.
L’esempio sono i 200 miliardi di euro stanziati dal governo tedesco a ristoro dei rincari energetici. Azione errata e scorretta nei confronti della intera comunità europea.
Se siamo in una economia di guerra innescata da Putin con l’attacco all’Ucraina e la crisi energetica è solo una delle conseguenze, c’è bisogno di risposte congiunte ed univoche fuori dalle logiche di analisi dei bilanci nazionali.
Così è stato con l’emergenza pandemica, così deve essere oggi. Diversamente avremo fornito un alibi perfetto ai nazionalisti e agli antieuropei. Vale la pena sperare che Giorgia Meloni, per difendere gli interessi nazionali, si unisca al coro europeo di protesta e consenta a Draghi di rappresentare al meglio le nostre proposte in Europa per ottenere un tetto congiunto sul prezzo del gas e un fondo comune europeo per la crisi energetica.