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Meloni nel ‘panico’, non sa a chi Draghi votarsi

La leader di Fdi, alle prese con uno scadente personale politico e alleati pronti a pugnalarla alla spalle, sa che non può derogare dalla linea tracciata dal premier uscente e mette le mani avanti. Ma da Palazzo Chigi arriva l’invito a non accampare scuse

di Peppe Papa

Giorgia Meloni è una donna che ce l’ha fatta venendo dal niente e sul più bello non vuole sciupare l’opportunità che con tanta caparbietà si è guadagnata. Ha bisogno di dimostrare di essere capace di guidare un grande paese come l’Italia, affrontando un complesso momento storico e conquistare prestigio internazionale.

Sa che deve dismettere le vecchie parole d’ordine della passata opposizione immergendosi nei problemi reali che impongono soluzioni, liberarsi di uno ‘scomodo’ passato e fare i conti con una classe dirigente del suo partito che lei stessa considera non all’altezza della situazione.

Inoltre ci sono i suoi alleati, o presunti tali, da tenere a bada decisi a dare battaglia sulle poltrone di peso del governo che verrà e pronti a pugnalarla alle spalle alla prima occasione. Insomma, non può sbagliare una mossa, è il suo turno, orgogliosa di esserselo meritato.

Pertanto, molto pragmaticamente, ha capito che Mario Draghi, il premier uscente al quale, lealmente si è opposta per tutto il periodo del suo mandato, è l’unico che può darle una mano e a cui pare abbia chiesto ‘consigli’, facendo storcere la bocca a molti.

Nel frattempo catechizza i suoi invitandoli a mantenere il basso profilo, a non lasciarsi prendere dall’entusiasmo perché, come ha spiegato nella riunione dell’esecutivo nazionale del partito in vista del prossimo governo è lei a “metterci la faccia” e vuole portare a Palazzo Chigi una squadra “di alto profilo”.

Bella scommessa, soprattutto se non si ha a disposizione, come dicevamo, materiale umano dal pedigree riconosciuto in grado di rispondere alla sua chiamata e in qualche modo graditi al resto della coalizione. Pertanto, se fosse per lei, lascerebbe fare a Draghi, in fondo il suo obiettivo è raggiunto, ritagliandosi il ruolo di frontwoman politico, che è già tanta roba.

Ma non è possibile, anzi bisogna dissimulare per non scoprire la propria debolezza, tant’è vero che ha buttato le mani avanti attribuendo, ingrata, a chi l’ha preceduta la responsabilità della difficile situazione consegnatale e un suo possibile fallimento. Subito, però rintuzzata dall’interessato, che l’ha richiamata alle sue responsabilità senza accampare scuse.

Ereditiamo una situazione difficile: i ritardi del Pnrr sono evidenti e difficili da recuperare e siamo consapevoli che sarà una mancanza che non dipende da noi ma che a noi verrà attribuita anche da chi l’ha determinata”, ha detto nel suo intervento alla riunione di Fdi alla Camera.

Niente affatto” è stata la risposta arrivata dal premier nel corso della cabina di regia al Palazzo del governo, corredata da fatti e numeri alla mano:  “Non ci sono ritardi nell’attuazione del Pnrr: se ce ne fossero la Commissione non verserebbe i soldi”. Poi, impietoso è entrato nello specifico.

Per quanto riguarda il secondo semestre, l’attuazione del Pnrr procede più velocemente dei nostri cronoprogrammi originari”, ha puntualizzato. “Le elezioni e l’imminente cambio di governo – ha proseguito – hanno richiesto uno sforzo supplementare, per fare in modo che il nuovo esecutivo, qualunque esso sia, possa ripartire da una posizione il più avanzata possibile”.

Ad oggi – ha concluso – sono già stati conseguiti 21 dei 55 obiettivi e traguardi previsti per la fine dell’anno, e ci aspettiamo di raggiungerne 29 entro la fine del mese”. Niente giustificazioni, insomma, si tratta adesso solo di proseguire sulla stessa strada, ammesso di esserne capaci, e non provocare altri danni. E che Dio ce la mandi buona.

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