

di Peppe Papa
Alzi la mano chi non sapeva che il presidente del Senato, Ignazio La Russa fosse un nostalgico collezionista di busti del Duce, o che Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, figlia di Pino Rauti fondatore del movimento neofascista Ordine Nuovo, non rivendicasse con orgoglio l’appartenenza al mondo della destra più ‘nera’, quella dei camerati tutti di un pezzo.
Eppure ha destato meraviglia, soprattutto a sinistra, la celebrazione pubblica fatta dai due, seguiti a ruota da altri parlamentari della stessa area, per ricordare l’anniversario della nascita del Msi il 26 dicembre del 1946.
Apriti cielo. E’ scattata immediata la contraerea social, cui si sono aggiunti i principali media italiani, con un effluvio di dichiarazioni indignate, richieste di dimissioni, richiami alla Costituzione antifascista, la rievocazione delle leggi razziali, la dittatura, il razzismo e lo sterminio degli ebrei.
E chi più ne ha ne metta, facendo finta tutti, ipocritamente, che quel partito, pur riunendo un tenace manipolo di nostalgici, fu ampiamente autorizzato a partecipare alla vita democratica post-bellica condividendone le regole.
Se non se ne impedì la nascita all’epoca, non si capisce perché chi ha militato con convinzione in quel partito finché è esistito, costruendoci la propria storia personale, investendo in passione politica e ideali, non possa celebrarne l’anniversario della fondazione.
Non è mai stato fuorilegge, anzi ha rappresentato per quel che gli è stato possibile, un argine all’estremismo più radicale che quando ha avuto la possibilità di dispiegarsi ha scritto pagine dolorose del nostro Paese.
Prendersela con La Russa che è stato legittimamente eletto seconda carica dello Stato senza alcun imbroglio, ma semplicemente perché esponente di primo piano di Fdi, il partito cha ha vinto le elezioni, è quanto meno risibile.
Così come puntare il dito sulla Rauti che ha stravinto il collegio elettorale lombardo di Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia, contro Emanuele Fiano deputato uscente del Pd, figlio di Nedo, deportato ad Auschwitz.
Sarebbe il caso di interrogarsi, invece di frignare, sul perché questo possa essere successo. Sul perché Giorgia Meloni – saggiamente rimasta in silenzio sulla querelle – sia arrivata a Palazzo Chigi con un gradimento dei cittadini altissimo che continua a crescere man mano che scemano le previsioni di chi non dava al suo governo la possibilità che mangiasse il panettone.
Ecco, i cosiddetti sinceri democratici, dovrebbero comprendere finalmente che è finito il tempo dell’antifascismo di maniera che non incanta più nessuno.
Che non serve inseguir farfalle, officiare pletorici congressi di rifondazione, ma riconnettersi alla vita reale, a un mondo in continuo movimento. In caso contrario, meglio rassegnarsi a fare da comprimari, sperando che il ‘mostro’ si disintegri da solo e che nel frattempo si siano limitati i danni. Mala tempora currunt.