

di Peppe Papa
Si è respirato un vago senso di déjà vu ieri al confronto tra i leader dell’opposizione organizzato da Maurizio Landini al congresso della Cgil in corso a Rimini. Sul palco, insieme al segretario del sindacato, Elly Schlein per il Pd, Giuseppe Conte per il M5S, Nicola Fratoianni per Avs, Carlo Calenda in rappresentanza del Terzo Polo e Lucia Annunziata a moderare.
Seduti in circolo, al cospetto di una platea rumorosa e orgogliosamente di sinistra, davano l’idea di un collettivo studentesco alle prese con i destini del mondo stile anni settanta. Posizioni di principio, propositi, qualche condivisione di valori, ma soprattutto tanti distinguo e pregiudiziali. Un contesto per niente favorevole alla Schlein che si è data il compito di provare a mettere insieme tutti.
Un’impresa che appare improba al momento e l’incontro di Rimini ne è stata la conferma. La neo segretaria Dem, applauditissima, è partita sparata, “chiudiamoci in una stanza, non usciamo fino a notte e troviamo qualcosa da fare insieme piuttosto che far vincere quegli altri”, un approccio deciso che non ha lasciato indifferenti Conte e Fratoianni, ma che ha trovato l’altrettanto deciso diniego di Calenda.
“Con voi potrei governare? No” ha detto il capo di Azione, riferendosi in particolar modo ai due che gli sedevano accanto, scatenando una selva di fischi ai quali ha reagito con un botta e risposta diretto con il pubblico rivendicando con franchezza le proprie ragioni.
Dalla difesa del Job act, al no ad una patrimoniale, “ci facciamo male tutti”, fino al salario minimo, “le nostre tre proposte divergono…”. Anche se poi alla fine ha tenuto aperto uno spiraglio: “Ci sono differenze profonde, ma provarci è un dovere”. Non si può mai sapere.
Un atteggiamento tutto sommato onesto da parte di Calenda che ha messo in chiaro senza infingimenti la posizione sua e del Terzo Polo che si appresta a trasformarsi in partito unico.
Più subdolo, invece, quello dell’avvocato grillino, aperto alla collaborazione, ma che non ha mancato di puntualizzare la primazia di alcune battaglie del Movimento come, appunto, il salario minimo e la lotta al Job act che gli ha fatto guadagnare un fragoroso scrosciare di applausi dalla platea.
Conte, ha capito, anche guardando l’andamento dei sondaggi che è in atto un risucchio dei consensi del M5S da parte del Pd a seguito proprio dell’elezione della Schlein è fa buon viso a cattivo gioco, provando a difendere uno spazio politico immeritatamente conquistato e pronto a mollare l’alleato, alla prima occasione utile, pur di non esserne fagocitato.
E gli argomenti potenzialmente di attrito non mancano a partire dalle posizioni sulla guerra in Ucraina e gli aiuti militari alla resistenza di Kyjiv.
Anche Fratoianni e i suoi non sono molto contenti di vedersi erodere una fetta di elettorato dal nuovo corso Pd, ma come sempre per loro l’importante è esserci, sanno di non avere molta voce in capitolo e alla fine si adeguano purché il gruppetto dei soliti noti conservi uno stipendio pagato dalla politica.
Insomma, la situazione non è esaltante, le buone intenzioni di Schlein non bastano e, alla faccia della novità, riappare il fantasma del famigerato “campo largo” su cui Enrico Letta, il suo predecessore, si è giocato la carriera. E sarebbe davvero diabolico ripetere lo stesso errore, come appare stia accadendo.