

di Peppe Papa
Fare piazza pulita di “cacicchi e capibastone” è stato uno degli imperativi su cui Elly Schlein ha costruito la sua scalata al vertice del Partito democratico, ed ha tutta l’intenzione di mantenere fede all’impegno, anche a rischio di giocarsi la leadership appena conquistata.
Forte dell’investitura popolare delle primarie, pur avendo perso i congressi del partito, e senza badare a chi le consigliava prudenza, ha subito lanciato la sfida mettendo nel mirino il personaggio simbolo dei “ras locali”, il più ostico, Vincenzo De Luca il presidente della Regione Campania.
Per prima cosa gli ha fatto sapere di non avere nessuna intenzione di assecondare la sua aspirazione a un terzo mandato, non se ne parla proprio, poi ha commissariato il partito regionale e infine ha defenestrato il figlio Piero, fino a ieri vice-presidente vicario del Pd alla Camera, affidandogli un ruolo minore nel gruppo.
Un colpo, quest’ultimo, difficile da schivare per il governatore che non è tipo da sottrarsi allo scontro, il suo pargolo non l’ha presa bene “è stata una vendetta trasversale che non fa onore” ha scritto a caldo su Facebook, annunciando una “resistenza democratica nelle sedi di partito”.
Che è solo l’avvisaglia di quello che potrà accadere non appena il padre, finora rimasto in silenzio, irromperà in scena.
Non avere considerato che De Luca rimarrà in carica fino al 2025, con il potere che ne consegue e che lui è abilissimo a sfruttare, la mossa di Schlein è apparsa decisamente temeraria, anche in considerazione delle insofferenze emerse dalle correnti, rimaste finora silenti, ma più attive che mai.
La maggioranza nei gruppi parlamentari, sconfitta però alle primarie, ha manifestato il proprio disappunto per il “metodo Schlein”. “Colpire il figlio per punire il padre”, ha chiosato Pero Fassino all’assemblea dei gruppi. “Non possiamo accettare processi a un cognome, questo è uno scalpo politico e un errore serio”, gli ha fatto eco Lorenzo Guerini, capo di Base Riformista.
L’ex ministra renziana Marianna Madia se l’è presa con le “logiche spartitorie fra correnti che non ho mai accettato, vedo solo un’operazione punitiva, malgrado si predichi il cambiamento”. Mentre l’altro ex ministro, Enzo Amendola ha sottolineato che con i nuovi assetti “non ci sono più rappresentanti del sud, oltre al fatto che la scelta è stata solo dettata da ricaschi reputazionali”.
La segretaria però, sembra determinata ad andare fino in fondo, aveva detto di voler rivoltare il partito come un calzino e questa è la strada, con De Luca e chi come lui, la storia è chiusa. Domenica sarà a Napoli all’Assemblea di Articolo 1 nell’ex fabbrica della Whirlpool ed eviterà accuratamente di incontrarlo.
Dal canto suo il governatore è sicuro che la partita non è affatto chiusa, “per il momento – dicono i suoi – non ha nessuna intenzione di mollare il partito”, come qualcuno paventava dandolo in avvicinamento al Terzo Polo, pur se i rapporti con Renzi non sono più buoni come un tempo.
Sa bene che in un partito grande e complesso come il Pd, niente è dato per scontato, soprattutto se si può contare su un proprio peso specifico in grado di tornare utile per qualsiasi ribaltamento di situazione. In fondo Schlein ha finora goduto di buona stampa, ma risultati zero, mentre incombe l’appuntamento delle europee del 2024.
Servirà prendere i voti e, se nel frattempo la segretaria non ha mandato il partito gambe all’aria, di uno come De Luca sarà difficile fare a meno, sempre che non abbia già salutato seguendo una nuova diaspora, tra gli sviluppi possibili, visto come si stanno mettendo le cose tra i dem. Intanto tace, e non è un buon segno.