

di Serena Cirillo
Un tema sempre attuale quello della lotta contro ogni forma di censura e conformismo, di cui Giordano Bruno è il simbolo eterno, messo in scena al Teatro Trianon di Napoli il 17 giugno scorso nell’ambito della rassegna “Campania Teatro Festival”.
Novità assoluta, lo spettacolo dal titolo “Le ultime ore”, atto unico scritto e diretto da Stefano Reali, rappresenta il dialogo tra il filosofo nolano, interpretato da Giuseppe Zeno, e l’inquisitore del Vaticano, il Cardinale Bellarmino, interpretato da Stefano Messina, che la notte prima dell’esecuzione vuole convincerlo ad abiurare per avere salva la vita.
Siamo nel carcere romano di Tor di Nona, dove il filosofo è stato rinchiuso in attesa di essere portato al rogo in piazza Campo dei Fiori, in quanto condannato per eresia. L’esecuzione è prevista all’alba, ma a notte fonda Giordano Bruno riceve una visita a sorpresa, è il Cardinale Roberto Bellarmino, suo nemico storico, incaricato dal Vaticano a condurre una trattativa col condannato: se rinnegherà almeno otto delle tredici tesi di eresia di cui è stato riconosciuto colpevole, gli sarà revocata la condanna a morte.
Dal dialogo che si fa sempre più serrato, a poco a poco emerge che Bellarmino, in virtù della profonda stima intellettuale che ha del filosofo, non vorrebbe la sua morte e non è neanche convinto che abbia torto, ma è costretto a metterlo a tacere per ordini superiori. Essendosi rivelati inutili sette anni di carcere e torture, Bellarmino tenta un negoziato. Illustra i vantaggi reciproci che potrebbero derivare dalla resa di Giordano Bruno: il filosofo si salverebbe la vita e il Vaticano salverebbe la faccia.
Sarebbe terribile se le idee del Nolano prendessero piede e si diffondessero tra il popolo, potrebbero creare disordini e ribellioni, indurre altri a pensare in modo libero senza uniformarsi ai dogmi imposti dal Santo Uffizio. Il filosofo comprende che la posta in gioco è alta e non cede, il cardinale arriva a promettergli persino di coprire la sua evasione fornendogli una nuova identità, ma il condannato non può accettare, preferisce passare alla storia come eroe del pensiero e martire della libertà.
Il dialogo diventa uno scontro senza esclusione di colpi in cui spesso i ruoli si ribaltano: l’accusato diventa accusatore e il persecutore appare vittima del suo stesso potere. In fondo, nonostante la posizione di rilievo, non è altro che un servitore della Chiesa soggetto alla sua gerarchia, a cui la libertà di pensiero è totalmente negata.
Arriva l’alba, il momento dell’esecuzione e la fine della trattativa che, per assurdo, non vede la resa del condannato a morte, ma del suo persecutore. Dopo numerosi tentativi di convincere o costringere Bruno ad abiurare, Bellarmino, dolorosamente, si rassegna. A malincuore manda al rogo colui che negli anni è diventato quasi un amico, che ha guadagnato la sua stima e persino il suo affetto spingendolo ad una presa di coscienza e mettendolo spesso in crisi.
Straordinaria l’interpretazione di Giuseppe Zeno, noto al grande pubblico per i numerosi lavori in tv e al cinema, che riesce brillantemente a coniugare teatro e televisione stregando gli spettatori sia dal vivo che sullo schermo. Il suo Giordano Bruno è potente, drammatico e a tratti ironico; coerente nella fedeltà ai suoi ideali e capace di esprimere un caleidoscopio di emozioni che vanno dalla fierezza alla disperazione, dall’allegria beffarda alla dolorosa delusione.
Dall’altra parte uno straordinario Stefano Messina che riesce a rendere talmente vero, umano e contemporaneo il cardinale Bellarmino da far dimenticare la finzione scenica. Il pubblico trattiene il fiato, completamente immerso nello struggente confronto tra condannato e inquisitore, testimone impotente di un dramma storico e umano, universale e personale.
Le sfumature che si colgono nell’esecuzione di Messina/Bellarmino sono molteplici quante le sfaccettature dell’animo di un colto e raffinato teologo costretto, suo malgrado, ad assumere il ruolo di “persecutore dei più alti intelletti” svalutandone giocoforza l’importanza. E’ un momento di grande riflessione quello in cui il cardinale, quasi a giustificarsi, afferma: “La verità serve a tenere buona la gente, perché la gente vuole essere tenuta buona. Le vostre tesi possono essere vere, a maggior ragione vanno fermate, altrimenti creano tumulti. Non si può permettere alla gente di pensare con la propria testa”.
Bellarmino riconosce il valore delle teorie del filosofo, per questo non vuole la sua morte e, dopo le minacce, arriva quasi a supplicarlo di abiurare per potergli salvare la vita, disperandosi, stremato, quando costui rifiuta persino la proposta più allettante. Con l’ironia macabra che lo caratterizza, il nolano conforta Bellarmino dicendogli che gli si prospetta una brillante carriera il cui unico neo, nonché più grande sconfitta per il Vaticano, sarà la condanna a morte di Giordano Bruno, che invece da questa vicenda guadagnerà fama eterna.
Ad alleggerire la tensione interviene di tanto in tanto Sorella Elide, Giulia Ricciardi, la monaca addetta all’assistenza dei condannati, goffa e impicciona, che si produce in divertenti battibecchi a volte col condannato, altre con l’accusatore. Gli elementi per uno spettacolo di grande spessore ci sono tutti, è evidente la ricerca storica alla base della sceneggiatura e il regista Reali ci tiene a sottolineare, quando prende la parola a fine spettacolo, che è tratta da documenti veri reperiti grazie al lavoro di studiosi conterranei del grande filosofo.
La produzione, che verrà sviluppata e ampliata, rappresenta un documento di estrema importanza per conoscere la storia, spesso trascurata, di Giordano Bruno, da divulgare soprattutto tra le nuove generazioni.
8 Comments
Dopo aver letto questo articolo, solo tre parole: lo voglio vedere!
ti farò sapere quando lo rifanno
Da vedere assolutamente
Antonio
Recensione eccellente per un’email molto impegnativo
Errata corrige:un tema
Lo spettacolo è bellissimo, ha spiegato bene la figura di Giordano Bruno
Puntuale, intelligente e lucida come sempre la recensione di Serena Cirillo, attenta a sottolineare i contenuti culturali anche più della bravura di attori e registi. Questo è un grande merito se di uno spettacolo si vuole cogliere l’aspetto più profondo rappresentato dal messaggio dell’autore attraverso lo studio del tempo e dell’epoca rappresentati in rapporto col presente.
Grazie Valeria. Per me il primo scopo della cultura è la divulgazione, quindi ci tengo a scrivere in maniera comprensibile per poter divulgare