

di Alfio Mancini
È confortante che, da qualche parte, ci sia qualcuno che prova a dare una scossa alla sinistra, che sembra aver perso la capacità di parlare al suo popolo e condannata alla rassegnazione, proponendo la costruzione di un’idea politica, una visione. Che poi è il lavoro che dovrebbero fare i riformisti, ovunque, soprattutto in questo passaggio epocale, con la destra e i nazionalismi che prendono il sopravvento. Raphaël Glucksmann, europarlamentare francese socialista, aspirante candidato alla presidenza della Repubblica e intellettuale molto stimato in patria, ha presentato a Parigi un documento di cento pagine che è, a tutti gli effetti, un programma di governo.
“Notre vision pour la France” non è uno slogan vuoto, ma un progetto politico coerente, strutturato, deliberatamente orientato al potere. Non al potere per sé, ma al potere come responsabilità: quella di offrire un’alternativa reale alla deriva democratica in corso. Assieme a proposte più tradizionalmente di sinistra, come l’aumento del salario minimo e una maggiore tassazione dei grandi patrimoni, Glucksmann propone “l’introduzione del sistema proporzionale, l’investitura parlamentare del primo ministro e la possibilità per ogni contribuente di destinare una quota delle proprie imposte al partito che sceglie”.
Mentre per quanto riguarda l’Unione europea, punto di riferimento fondamentale di tutta la sua politica, chiede “un aumento significativo del bilancio comunitario, un prestito comune da cinquecento miliardi per una difesa europea autonoma e un rafforzamento deciso dell’aiuto all’Ucraina”. Proposte chiare, senza bizantinismi ideologici o, peggio ancora, populismi antiliberali, ostili all’Europa, a cui la sinistra si è abbandonata negli ultimi anni. Idee fondate sul principio di realtà, basta cavalcare la rabbia, serve organizzare il pensiero che è quello esattamente cui aspira a fare Glucksmann.
Parla del suo Paese, ma la lezione vale per tutti. “Siamo alla fine di un modello. Una democrazia adulta non può esistere solo ogni cinque anni”, spiega, proponendo l’introduzione, appunto, del sistema proporzionale, l’investitura parlamentare del primo ministro e la possibilità per ogni contribuente di destinare una quota delle proprie imposte al partito che sceglie. Un’agenda di riforme che punta a ridurre la verticalità presidenziale della Quinta Repubblica, per restituire centralità al Parlamento e voce ai cittadini. Ma è sull’Europa che la presa di posizione è netta. Glucksmann, infatti, non si limita a difendere l’Unione: ne fa il perno della sua proposta politica.
“L’Europa è la condizione della nostra sovranità”, afferma. Una rivendicazione identitaria, in aperto contrasto con le pulsioni protezioniste che attraversano anche una parte della sinistra francese, come quella italiana. Poi, l’ecologia, per lui fondamento della nuova potenza industriale europea. Non un atto di fede, ma uno strumento di strategia industriale e geopolitica. Il programma propone una garanzia climatica universale, un “punteggio carbonio” obbligatorio per tutti i prodotti, una legge contro la fast fashion, la conferma dell’energia nucleare e l’obiettivo della neutralità climatica al 2050.
Il cuore sociale della proposta è il lavoro. Glucksmann lega esplicitamente la crisi democratica al senso di frustrazione delle classi medie e popolari. “C’è un legame consustanziale tra democrazia e lavoro“, per ricucirlo, propone l’aumento del salario minimo a 1600 euro netti entro il 2029, l’indicizzazione dei salari pubblici all’inflazione, una conferenza nazionale sulle retribuzioni. Sulle pensioni, si oppone alla riforma di Emmanuel Macron che ha portato l’età legale a sessantaquattro anni, ma contesta anche la fissazione simbolica sui sessantadue: “Alcuni devono poter andare in pensione a sessanta anni, altri lavorare di più”.
In campo fiscale, infine, non si limita ai riflessi classici della sinistra. Oltre alla soppressione di alcune nicchie e alla tassazione dei superprofitti, apre il dossier delle eredità – oggi solo il sei per cento della fiscalità francese – e ipotizza un prelievo più consistente sui grandi patrimoni e sui pensionati più agiati. “Stiamo diventando una società di eredi più che di lavoratori“, denuncia. È una presa di posizione chiara, che sfida i tabù interclassisti della sinistra tradizionale e rilancia un’idea di redistribuzione attiva.
Bisognerà vedere, adesso, che presa avrà sull’opinione pubblica. È previsto un anno di ascolto e confronto con la società civile, per trasformare il tutto in un programma condiviso. Un processo pensato per i sindacati, le imprese, gli agricoltori, le associazioni. Place Piblique l’organizzazione cui ha dato vita per portare avanti il progetto, si attiverà sul territorio, proponendo incontri e iniziative. Certo, resta un tentativo, ma almeno è il primo, nel panorama della sinistra continentale, a compiere un passo simile, così articolato, così ragionato, così dichiaratamente orientato al governo. Una buona notizia, speriamo qualcuno lo imiti, al di qua delle Alpi.