

di Peppe Papa
Il tempo della pazienza è finito, Dario Franceschini, regista principale dell’elezione di Elly Schlein alla segreteria del Pd, è stufo della deriva identitaria di un partito spostato sempre più a sinistra, presente nelle piazze a capo di tutte le proteste e duro negli slogan contro gli avversari. I sondaggi sono impietosi, l’ultimo, quello Ipsos della settimana scorsa, lo dava in calo dell’un per cento scendendo al 21,4, e di lì non si schioda. Urge fare qualcosa, correggere la rotta se possibile.
Intanto, dando un segnale di avvertimento, alla sua maniera, attraverso un colloquio “informale” con Il Foglio, dove la bordata non poteva essere più forte, a proposito di strade sbagliate imboccate. “Ha scelto di stare a sinistra”, ha detto secco, sottolineando come per vincere davvero serva “guardare al centro”. Per lui, e non è l’unico a pensarlo, non si può prescindere da una strategia che coinvolga le forze moderate che “valgono il 10 per cento” e che da lì passi “la vera possibilità di tornare competitivi alle prossime elezioni”.
Ha fatto anche qualche nome di chi, secondo il suo punto di vista, potrebbe rappresentare il volto di una nuova area centrista con cui stringere alleanze. “Alessandro Onorato” per esempio, l’assessore romano con delega ai grandi eventi. Poi ha citato i sindaci: Gaetano Manfredi, primo cittadino di Napoli, e Silvia Salis, vicepresidente vicaria del CONI ed esponente genovese con un profilo civico. Per quanto riguarda il capo del M5S, Giuseppe Conte: “Va lasciato sfogare. Si può stare insieme senza stare insieme”.
Insomma, una sconfessione in piena regola della linea della segreteria che Schlein non può ignorare, anche alla luce delle pressioni interne della minoranza che non intende lasciare nelle sue mani la partita delle liste alle prossime politiche. Stefano Bonaccini e Antonio De Caro, per dire, hanno proposto le primarie per le liste alle politiche se non dovesse passare la legge sulle preferenze.
“Io e Antonio – ha fatto sapere Bonaccini -, che siamo stati eletti grazie al voto di centinaia di migliaia di elettori pensiamo che sarebbe utile il ritorno alle preferenze anche per eleggere i futuri parlamentari alla Camera ed al Senato. Basta dunque nominati. Se non verrà modificata la legge elettorale e non verranno reintrodotte le preferenze – ha proseguito – proponiamo che il Partito Democratico faccia almeno le primarie per far decidere ai nostri elettori quali donne e uomini debbano essere candidati nelle liste del Pd. Anche per dare più rappresentanza ai territori”.
Per non parlare, poi dello scontro con i liberal del partito sul tema della politica estera, del riarmo e delle spese militari. La fronda guidata da Pina Picierno è ormai apertamente contrapposta alla segretaria e ai suoi aficionados che le battono le mani ad ogni uscita orgogliosa della propria radicalità che non porta da nessuna parte, come i numeri stanno a dimostrare. Tutto bene e molto bello se l’obiettivo fosse quello della testimonianza, cosa diversa dal proporsi a governare. In questo caso serve parlare con l’Italia della quotidianità, del cittadino comune e dei suoi problemi.
Una fascia di elettorato, gran parte in sonno in questo momento, pronta a recepire un programma serio che non punti al tutto e subito, ma a graduali miglioramenti in un contesto di sicurezza e giustizia sociale. E’ il lavoro dei riformisti questo, sempre se si accorgono che è venuto il loro momento e la smettano di guardarsi in cagnesco. Il Pd ha bisogno di loro e loro hanno bisogno del Pd, ma volendo, potrebbero anche fare da soli.