

di Vittorio Keller
Mario Draghi predica nel vuoto di una classe politica europea mediocre, senza visione e coraggio, incapace di assumere l’unica scelta possibile per difendere gli interessi dell’Unione, i suoi valori e il proprio futuro di pace e prosperità. Diventare, in poche parole, una “potenza”.
L’ex premier italiano ha approfittato della tribuna dell’Università Ku Leuven in Belgio, dove è andato a ritirare l’ennesimo riconoscimento alla sua prestigiosa carriera, per lanciare un nuovo forte appello in difesa del futuro politico dell’Unione. Un intervento politico allarmato con l’invito a fare presto: “l’Europa si trova a un bivio storico”.
In un mondo sempre più segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, “solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza”. La scelta è netta: restare un grande mercato, esposto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per contare davvero sul piano globale. Per Draghi, la strada è una sola: “l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. Facile a dirsi. Eppure, non c’è alternativa.
Il problema è che chi lo ascolta non lo sta a sentire. Perché le sue parole non sono nuove. Sono semmai drammaticamente sempre le stesse. Da anni l’Europa viene avvertita. Da anni rinvia. Da anni si rifugia nel linguaggio delle procedure. Dove l’Unione ha scelto davvero, dove ha ceduto sovranità, ha funzionato. Commercio. Concorrenza. Mercato unico. Politica monetaria. Lì l’Europa conta. Lì viene rispettata. Lì negozia da pari. Ma appena il discorso si sposta sul potere politico, sulla difesa, sulla politica estera, la macchina si inceppa.
Draghi non usa giri di parole. L’ordine globale che conoscevamo è finito. Defunto. E non è questo il vero rischio. L’Europa saprebbe adattarsi. Il pericolo è il dopo. Un mondo più duro. Più frammentato. Più violento. In quel mondo, un’Europa divisa non è neutrale. È irrilevante. O peggio: subordinata.
Deindustrializzata. Dipendente. Incapace di difendere i propri interessi. E chi non difende i propri interessi, alla lunga, non difende nemmeno i propri valori. L’illusione europea è tutta qui: pensare che bastino le regole senza il potere che le sostiene. La risposta indicata da Draghi è semplice, quasi brutale:”azione comune“.
Non retorica. Non vertici inconcludenti. Non compromessi al ribasso. Orgoglio. Scelta. Responsabilità. Diventare una potenza non per dominare, ma per esistere. Gli Stati Uniti cercano il dominio insieme al partenariato. La Cina esporta i costi del proprio modello. L’Europa dovrebbe essere altro. Ma per esserlo deve prima voler essere qualcosa. Finché questo salto non verrà fatto, Draghi continuerà a parlare al vento. E l’Europa a perdere tempo.