Gratteri, dal tintinnio delle manette alla “rete” contro i giornali: il pm superstar e la libertà di stampa
Marzo 11, 2026
La paura delle riforme: il Sì che la sinistra non osa
Marzo 19, 2026

Renzi e il referendum: silenzio calcolato, quando non scegliere è una scelta

Il leader di Italia Viva evita di esporsi sul referendum: il partito si divide e resta disorientato. Dopo anni di scontri con la magistratura, tra garantismo e opportunità, prevale il calcolo politico

di Peppe Papa

Matteo Renzi non parla. E questa volta il silenzio pesa più delle parole che non dice. Non è solo tattica, non è solo prudenza: è un silenzio che stride con la sua storia personale. Perché, a differenza di molti altri leader, Renzi con la magistratura non ha avuto un rapporto astratto. Lo ha avuto diretto, duro, persino doloroso.

Le vicende giudiziarie che hanno coinvolto i suoi genitori, le indagini che lo hanno interessato pesando sulla sua carriera politica, gli scontri pubblici con procure e magistrati: tutto questo non è teoria. È esperienza vissuta. È carne politica.

Per anni Renzi ha costruito — anche su questo — una narrazione precisa: quella di una magistratura che talvolta “straborda”, che invade il campo della politica, che piega i tempi della giustizia a quelli della visibilità. Una posizione che, nel lessico italiano, si chiama garantista.

E allora la domanda diventa inevitabile. Se c’è un politico che, per biografia, dovrebbe essere sensibile a una riforma della magistratura, è proprio lui. Se c’è qualcuno che dovrebbe vedere con favore la separazione delle carriere, è chi ha denunciato per anni gli squilibri del sistema.

Per logica, dovrebbe essere per il Sì. E probabilmente lo è. Ma non lo dice. Qui il silenzio smette di essere neutro e diventa rivelatore. Nel suo campo — Italia Viva, l’area centrista, i riformisti — questa ambiguità si traduce in disorientamento.

Non è un dibattito alto e plurale: è una dispersione di posizioni senza una sintesi. Alcuni dirigenti spingono per il Sì, altri per il No, e la linea ufficiale è una formula che suona elegante ma vuota: “libertà di coscienza. Libertà di coscienza, in politica, è spesso il nome educato della rinuncia a guidare.

La base osserva e si divide. Chi ha seguito Renzi per il suo indubbio carisma politico si aspetterebbe una posizione chiara, coerente con anni di battaglie. Chi invece teme una riforma sbilanciata guarda al No. E nel mezzo resta una zona grigia fatta di elettori che aspettano un segnale che non arriva.

È qui che entra in gioco il vero motore di questo silenzio: il calcolo politico. Renzi sa perfettamente che questo referendum è una trappola. Non tanto per il merito — su cui avrebbe gli strumenti per esprimersi — ma per le conseguenze.

Esporsi significa schierarsi in modo netto: o con una riforma voluta dal centrodestra, o contro una riforma che, in parte, parla il linguaggio che lui stesso ha usato per anni. In entrambi i casi, si paga un prezzo.

Se dicesse Sì, verrebbe accusato di fare da stampella alla maggioranza. Se dicesse No, smentirebbe una parte della sua storia politica. Se dicesse davvero ciò che pensa, rischierebbe di perdere pezzi da entrambe le parti. E allora sceglie la terza via: non dire.

È una strategia raffinata, quasi chirurgica. Non esporsi significa non offrire bersagli. Non prendere posizione significa non perdere consenso immediato. Non parlare significa lasciare aperti tutti i canali, tutte le possibili alleanze future. Ma ogni strategia ha un costo.

Il costo, qui, è la credibilità. Perché quando un leader che ha fatto della chiarezza — almeno dichiarata — una cifra politica, si rifugia nell’ambiguità, il contrasto è evidente. E quando questo accade su un tema che lo tocca personalmente, il contrasto diventa ancora più forte.

Il silenzio, in questo caso, non è equilibrio: è sospensione. Una sospensione tra ciò che si è detto ieri e ciò che conviene dire oggi. Nel frattempo, il resto della politica si muove. C’è chi difende la riforma apertamente, chi la contesta con altrettanta chiarezza. Il confronto esiste, è visibile, è leggibile.

Nel campo renziano, invece, il confronto resta interno, frammentato, quasi carsico. E la domanda continua a rimbalzare tra elettori e osservatori: cosa pensa davvero Renzi? Non è una curiosità da retroscenisti. È una questione politica centrale.

Perché se la politica serve a orientare, qui l’orientamento manca. E se la leadership serve a scegliere, qui la scelta è rinviata. Forse fino all’ultimo. Forse anche oltre. Alla fine, è possibile che Renzi voti Sì. Sarebbe coerente con la sua storia, con le sue battaglie, con le sue critiche alla magistratura.

Ma il punto non è più cosa voterà. Il punto è perché non lo dice. E la risposta, ormai, è sotto gli occhi di tutti: non è indecisione, è convenienza. Una convenienza che protegge nel breve periodo, ma che rischia di lasciare un segno più profondo.

Perché gli elettori possono anche accettare una scelta difficile. Accettano molto meno l’assenza di una scelta. E in politica, alla lunga, il silenzio non è mai neutrale. È sempre una posizione.

2 Comments

  1. marina ha detto:

    Sarebbe piaciuto a molti che renzi si esprimesse per poterlo attaccare a testa bassa. Ma Renzi si sottrae alle ennesime palate di fango che,comunque,riceverebbe per la soddisfazione degli uni o degli altri.E poi Renzi sa che ,di fronte ad una “riformicchia” ambigua e potenzialmente pericolosa, i “renziani”,compresi i dirigenti,sono divisi. E sarebbe da parte sua una pressione indebita indicare una scelta.Al di là delle speculazioni e dei mal di pancia dei giornalisti in cerca di scoop e degli avversari in cerca di pretesti,io ritengo,da renziana convinta, che Renzi non faccia bene,ma benissimo a lasciare tutti in sospeso sulle proprie legittime scelte.

  2. Giovanni Cocco ha detto:

    Vorrei vedere voi…..dopo le note vicende…..
    Tacere è la cosa migliore.

    Qualsiasi parola verrebbe strumentalizzata…. dai soliti noti……

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *