

di Chiara Sacco
Alle Gallerie d’Italia fino al 22 marzo 2026 la mostra “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento”. Sulla scia del successo della mostra “Artemisia Gentileschi a Napoli“ si propone una rassegna centrata sul ruolo delle donne nelle arti del Seicento a Napoli. Il titolo, detta sicuramente una linea frutto di scelte e arrangiamenti coordinati, ma non per questo deve essere la sola e unica lettura che se ne può ricavare.
Infatti, non è sempre facile andare ad una mostra, così come non lo è leggere un libro, o guardare un film; alle volte la difficoltà deriva, in prima battuta, dalla complessità di ciò che si sta guardando, soprattutto da quanto questo ci spinga a cercare qualcosa dentro di noi, dovendoci così affidare alle immagini.
In altri casi invece lo scoglio sta proprio nel non lasciarsi anestetizzare da racconti e riletture macchinosamente messi a punto. E qui il gioco sta nel trovare ciò che ci risuona. Dobbiamo, allora, prenderci la libertà di vedere questa mostra come un cesto di frutti vari e non tutti prelibati, da cui però possiamo attingere per cavarne qualcosa di buono.
Varrà allora la pena scartare capricciosamente, ma con sensibilità ciò che non ci piace, e guardare fino al fondo del cesto, sotto quei frutti un po’ troppo maturi da essere ormai stucchevoli.
In questo lavoro di scavo vi troveremo un dipinto, il “Ritratto di Antonietta Gonzales” riemerso dalle trame di un altro, quello della Madonna ed il suo bambino, ignari complici del suo occultamento. L’opera è eseguita da un’altra donna, Lavinia Fontana, figlia del celeberrimo pittore Prospero di Bologna, e per questo esposto in mostra al di là del suo contenuto.
La curiosità suscitata dall’eccezionalità di individui ricoperti di peli, simili agli animali, fece sì che i membri di questa famiglia diventassero una sorta di attrazione e motivo di prestigio per diverse corti europee.
Parallelamente, l’emergere di un crescente interesse per l’indagine scientifica, particolarmente evidente verso la metà del Cinquecento, portò studiosi e naturalisti a osservare e documentare questi casi con maggiore sistematicità. Tutti i componenti della famiglia furono così ritratti, misurati e analizzati da studiosi che, come Ulisse Aldrovandi a Bologna, erano impegnati nello studio e nella classificazione del mondo naturale.
Il ritratto di Antonietta è per questo paradigmatico. Un volto infantile ricoperto di fitti peli castani sparsi su tutta la pelle del viso, tranne che sul naso, intorno alle labbra e sulle mani, la restante parte del corpo è coperta dal vestito di broccato, descritto con precisa attenzione. La pettinatura è accurata, i capelli sono raccolti all’indietro e acconciati con dei fiori freschi.
L’aspetto della giovane, va da sé, si presta alle più svariate speculazioni, forme di immaginazione e incursioni del pensiero circa il rapporto dell’uomo con il diverso, rapporto che sfocia in paura e repulsione, o attrazione e perversione.
Molte sono le pellicole che portano al centro della visione il mostro, il diverso, l’altro. Da “Freaks” diretta da Tod Browning a “Elephant man” di David Lynch. I protagonisti, come nel caso della giovane Antonietta del dipinto sopra citato, sono tutte persone affette da diverse patologie, rientrando così nella teratologia, ovvero lo studio biologico e medico delle malformazioni, anomalie strutturali e mostruosità congenite negli organismi viventi.
Insomma, ogni epoca ha i propri mostri da esibire, cacciare, nascondere o analizzare, cercando in qualche modo di darsi delle risposte, che siano reali o fantastiche, non potendo in alcun modo farne a meno. Come nel capolavoro letterario della giovanissima Mary Shelley “Frankenstein o il moderno Prometeo” la caccia al mostro è un esorcismo dei propri mostri interiori che non trovano pace per il solo ed innegabile fatto di esistere.
1 Comment
La mostra deve essere interessante, l’articolo molto affascinante