

Sfumata l’ipotesi Silvia Salis, l’ex premier valuta la candidatura alle primarie del centrosinistra. Non per vincere, ma per contarsi, costruire un’area liberale autonoma e diventare decisivo nella futura coalizione
di Peppe Papa
Matteo Renzi candidato alle primarie del centrosinistra? Più che una suggestione, ormai sembra un’ipotesi concreta. E lui ci sta pensando — oppure ha già deciso, come lascia intuire la crescente esposizione mediatica delle ultime settimane, tutt’altro che casuale.
Archiviata l’ipotesi Silvia Salis — la sindaca di Genova, volto nuovo e spendibile della politica nazionale — fermata dalla sua indisponibilità a infilarsi in una partita che appariva persa in partenza, resta un vuoto politico evidente: manca una voce alternativa sia alla linea sempre più spostata a sinistra del Pd di Elly Schlein sia al populismo permanente del M5S di Giuseppe Conte.
A questo punto, non resta che incrociare i guantoni in prima persona. Una mossa che può sembrare spericolata, certo, ma che, se maneggiata con la consueta abilità tattica, potrebbe rivelarsi tutt’altro che sbagliata. Soprattutto se l’obiettivo reale — più che vincere — è contarsi, pesarsi e farsi valere nella futura coalizione di governo. In altre parole: costruire un’area liberale e riformista autonoma, senza farsi assorbire dal Pd e diventando invece l’ago della bilancia dell’alleanza.
Ovviamente, e qui entra in gioco il mestiere, Renzi continua a coltivare con cura una studiata ambiguità strategica sulla sua candidatura. Non conferma, non smentisce, non scioglie il nodo. E così resta al centro del dibattito, osserva i rapporti di forza e si tiene aperta ogni opzione: candidarsi davvero oppure sostenere un altro nome — magari proprio Schlein — se dovesse risultare più conveniente. Insomma, tutto molto renziano.
Intanto però il percorso sembra orientato verso il coinvolgimento diretto. Renzi è convinto che il centrosinistra, così com’è, “non è competitivo” contro il centrodestra, nonostante le difficoltà evidenti di quest’ultimo e l’incapacità dell’opposizione ad approfittarne. Per questo ritiene indispensabile riportare al centro una agenda riformista capace di parlare anche ai moderati. E le primarie, in questa logica, diventano lo strumento perfetto per “correggere la rotta”.
Naturalmente è troppo navigato per illudersi davvero di vincerle. Ma, come detto, non è questo il punto. Il suo obiettivo è contare comunque, a prescindere dall’esito finale. Vuole misurarsi perché è convinto che il risultato possa essere molto più alto di quanto molti immaginino. Secondo il suo ragionamento, l’area che potrebbe coagularsi attorno al suo nome varrebbe tra il 12 e il 16 per cento.
È evidente che quei numeri non coincidono con il suo peso elettorale alle Politiche, fermo intorno al 3-3,5%. E allora da dove arriverebbe questa crescita? Innanzitutto, dalla sovra-rappresentazione dei motivati: chi vota ai gazebo non è l’elettore medio, ma chi è interessato alla leadership e spesso ragiona più in termini di scelta politica che ideologica. Ed è proprio lì che Renzi rende più del suo peso reale.
Poi c’è il possibile voto anti-duopolio: un 5-7% di elettori che magari non lo amano affatto, ma che non hanno alcuna intenzione di scegliere tra Schlein e Conte. Infine, non va sottovalutata la minoranza interna del Pd non allineata con la segretaria, una componente che da sola potrebbe valere tra il 6 e l’8%.
Se questo scenario dovesse concretizzarsi, sarebbe un successo politico enorme. Impossibile da ignorare. Peserebbe sul programma della coalizione, sulla scelta dei candidati, sull’assegnazione dei collegi e perfino su un eventuale ruolo di governo. Altro che testimonianza.
E allora la domanda vera non è più se Renzi ci stia pensando, ma quando deciderà di affondare il colpo. E, soprattutto, con quali conseguenze. Perché una cosa è certa: quando entra in partita, il rumore si sente sempre.