Sassonia-Anhalt non boccia il “contratto alla tedesca” di Renzi, ma gli alibi di Schlein e Conte
Settembre 7, 2026

EUROPA, BASTA PAROLE: SERVE DRAGHI

Dall’intelligenza artificiale all’auto, dai mercati dei capitali alla difesa, il continente perde terreno mentre i governi difendono i propri recinti. Non mancano le idee: manca una leadership capace di imporre una direzione comune

di Milo Minei

Due anni fa Mario Draghi disse una cosa che a Bruxelles avrebbero preferito non sentire: senza una svolta sulla competitività, l’Europa sarebbe andata incontro a una «lenta agonia». Sono passati due anni e l’Europa, anziché curare la malattia, ha continuato a discutere della diagnosi. Il rapporto Draghi è diventato il grande totem della politica europea. Tutti lo citano, tutti ne condividono le conclusioni, tutti ne ripetono le parole d’ordine. Ursula von der Leyen lo ha assunto come riferimento dell’agenda del suo secondo mandato. Ma quando arriva il momento di trasformare le raccomandazioni in decisioni, l’Europa torna quella di sempre: lenta, litigiosa, prigioniera degli interessi nazionali.

I numeri sono impietosi. Secondo il monitoraggio dell’European Policy Innovation Council, a luglio soltanto il 15,7 per cento delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto risultava pienamente attuato. Una ricerca dell’Institut Montaigne arriva a una stima più generosa, circa il 30 per cento. Ma anche prendendo per buona quella più benevola, resta una domanda imbarazzante: che cosa ha fatto l’Europa in questi due anni? Ha capito tutto. E ha realizzato troppo poco. È questo il paradosso di Draghi: ha vinto la battaglia delle idee, ma l’Europa non ha ancora trovato la forza politica per applicarle.

Il problema non è la mancanza di ricette. Draghi le ha indicate con precisione: integrare davvero i mercati dei capitali, abbattere le barriere ancora presenti nel mercato unico, ridurre le dipendenze strategiche, investire nell’energia, nella difesa, nelle telecomunicazioni e nelle tecnologie del futuro. Tutto maledettamente logico. E proprio per questo maledettamente difficile. Perché ogni vera riforma europea comporta una parola che i governi nazionali pronunciano con crescente imbarazzo: rinuncia. Rinuncia a una competenza, a un privilegio, a una protezione, a una quota di sovranità.

Così l’Europa continua a comportarsi come se potesse competere con Stati Uniti e Cina mantenendo ventisette politiche industriali, ventisette interessi nazionali e ventisette piccoli recinti di potere. Tutti vogliono un’Europa più forte, purché a diventare più forte non sia l’Europa. La partita del bilancio comunitario è esemplare. Draghi aveva suggerito di spostare risorse dall’agricoltura e dai fondi regionali verso competitività e innovazione. La Commissione ha raccolto l’indicazione proponendo un European Competitiveness Fund da 410 miliardi di euro. Sembrava una svolta. Poi sono arrivati i governi e hanno cominciato a ridimensionarla, mentre crescevano le pressioni per difendere proprio agricoltura e fondi regionali.

È il solito miracolo di Bruxelles: la rivoluzione viene annunciata e il giorno dopo gli interessi nazionali la mettono in salamoia. Lo stesso copione si ripete sui mercati dei capitali. L’Europa avrebbe bisogno di un autentico mercato finanziario comune, capace di indirizzare il gigantesco risparmio europeo verso investimenti e innovazione. La Commissione ha provato a rafforzare l’autorità europea dei mercati, sul modello della Sec americana. E sono subito riemersi interessi nazionali e resistenze delle imprese. Perfino le regole per favorire l’investimento dei risparmiatori nei mercati sono state progressivamente svuotate. Intanto gli altri corrono.

L’automobile è forse l’esempio più feroce. La Commissione ha seguito Draghi sulla necessità di maggiore flessibilità nella transizione. Ma Volkswagen ha approvato un piano di riduzione dei costi che può comportare fino a centomila posti di lavoro in meno e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. E mentre l’Europa cerca di recuperare terreno nell’auto autonoma, nelle sue città arrivano robotaxi basati soprattutto su tecnologia americana o cinese. Una volta costruivamo le automobili. Adesso rischiamo di costruire le regole per le automobili degli altri. È questa la vera emergenza. Perché non si tratta più soltanto di Pil, produttività o competitività. Si tratta di potere. Gli Stati Uniti investono massicciamente nell’intelligenza artificiale, nei data center e nei semiconduttori avanzati. La Cina corre nella tecnologia e nell’industria. E dal luglio 2024 la crescita americana è rimasta costantemente superiore a quella europea. Nel frattempo, intorno all’Europa, il quadro politico si è fatto drammaticamente più pericoloso.

La Russia ha riportato la guerra sul continente. Le autocrazie diventano più aggressive. La competizione tecnologica è ormai anche competizione strategica. La democrazia liberale occidentale è sottoposta a una pressione che non può essere affrontata con comunicati e vertici interminabili. Il rischio non è soltanto diventare più poveri. È diventare più deboli. E una democrazia debole, economicamente stagnante, tecnologicamente dipendente e militarmente fragile diventa inevitabilmente più vulnerabile. Prima o poi qualcun altro decide per lei. Ecco perché il rapporto Draghi oggi dovrebbe essere letto non soltanto come un piano economico, ma come un vero manifesto per la sopravvivenza politica dell’Europa.

Non servono altri rapporti. Non servono altre commissioni. Non servono altre dichiarazioni solenni sulla competitività. Serve qualcuno che abbia la forza di trasformare le diagnosi in decisioni. Ed è qui che torna il nome di Mario Draghi. Non come uomo della provvidenza e nemmeno come commissario straordinario dell’Europa. Ma come direttore d’orchestra di un continente che continua a suonare con ventisette spartiti diversi mentre il resto del mondo corre. Draghi ha già dimostrato, durante la crisi dell’euro, che l’Europa può cambiare passo quando trova una leadership capace di assumersi responsabilità e rischi. Oggi quella leadership sarebbe ancora più necessaria. Perché fuori dalla sala da concerto la musica è cambiata. E non è una musica rassicurante.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *