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Anche Di Maio vuole il suo partito personale: ecco il piano per prendersi il Movimento

L’ambizione sfrenata del ministro degli Esteri non conosce limiti. Anche lui, come si usa di questi tempi, vuole il suo partito personale. E la cosa potrebbe riuscire, con l’aiuto di Mario Draghi e del Pd.

di Peppe Papa

Giovane, ambizioso, gioca con il potere. Luigi Di Maio sta costruendo con spregiudicatezza il suo futuro politico da capo di un partito personale, come si conviene nei tempi moderni. Punta a prendersi il Movimento, costi quel che costi. Ha capito che il declino dei 5 Stelle è irreversibile – quello di questa legislatura potrebbe essere l’ultimo giro ad alti livelli – e si è lanciato a capofitto a raccoglierne le briciole.

Una forza intorno al 10% sarebbe l’ideale per mantenere una certa centralità in un parlamento ritornato ai fasti della prima Repubblica con il proporzionale puro. Una specie di assicurazione sulla vita per lui, se dovesse riuscire nell’intento di esserne unico capo.

I prossimi due anni saranno decisivi. Il piano è pronto.

Prima di tutto far fuori Conte e con lui Beppe Grillo, ormai ‘appassito’ e senza l’autorevolezza di prima. Dare vita a un governo di “responsabilità” per gestire la partita dei fondi Ue, con premier Mario Draghi e lui uno dei vice. Stravincere il congresso che prima o poi si farà del M5S. Mandare in parlamento alla prossima legislatura i propri fedelissimi e chi sta al suo gioco. Un capolavoro se gli riesce.

Intanto ha già praticamente eliminato dalla partita Casaleggio jr sconfessando il risultato della piattaforma Rousseau, a proposito del voto alle regionali, che aveva dato mandato di perseguire ovunque l’alleanza con il Pd, rimasta completamente disattesa. Incassando però, dalla stessa piattaforma, con un sospiro di sollievo, la soppressione del limite dei due mandati.

Ha scaricato la colpa sul reggente Vito Crimi, non certamente un suo amico, sostenendo che l’operazione “andava gestita meglio” e che “bisognava ascoltare i territori”. E’ stato un errore, insomma, aver voluto organizzare in fretta e furia una consultazione in Rete, quando ormai i candidati erano già schierati in tutte le regioni e per niente disposti a togliersi di mezzo.

Di Battista è sistemato da tempo, ridimensionato Casaleggio che lo avrebbe voluto leader unico dei Cinque Stelle, è bastato a tempo debito averne blandito il narcisismo, sostenendolo nella decisione di “girare il mondo” a scrivere improbabili reportage, rinunciando a qualsiasi candidatura, per toglierselo dai piedi. Il tentativo di un ritorno in scena si è spiaccicato sul muro eretto, oltre che dalle sue truppe in parlamento, dagli stessi Conte e Grillo.

Resta il compito più arduo: la testa del primo Ministro e la fine dell’esperienza giallo rossa.

Per riuscirci conta sull’aiuto del Pd che più degli altri potrebbe uscire devastato da un cattivo risultato alle amministrative e dall’aver ceduto sul Sì convinto, ribadito in queste ore in direzione dal segretario Zingaretti, al Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, provvedimento bandiera degli alleati stellati.

Una decisione che ha già provocato profonde divisioni interne e che potrebbe esplodere in una aperta contestazione dell’attuale apparato dirigente dalle inevitabili conseguenze anche a livello di tenuta dell’esecutivo.

A questo proposito Di Maio ha da tempo instaurato una fitta interlocuzione con il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini in predicato di sostituire Zingaretti al Nazareno qualora le cose dovessero precipitare in casa Dem. Mentre si raccontano di abboccamenti anche con Renzi. Niente è lasciato al caso.

Naturalmente si intesterà la più che probabile vittoria del Sì, senza trascurare però l’altrettanto nuova débàcle del Movimento a urne aperte, peraltro attesa, che costringerà a qualche riflessione anche sulla capacità del governo di rappresentare le “istanze che provengono dal basso”.

Per ora si accontenta della guerriglia scatenata in parlamento dai suoi. Pochi giorni fa alla Camera il blitz sul decreto Covid che inseriva al suo interno la proroga dei vertici dei Servizi segreti, delega che Conte ha tenuto per sé, costringendo il Ministro 5Stelle D’Incà ad annunciare la fiducia.

Troppo importante il momento per l’apertura di una crisi, ma certo qualcosa andrà rivisto e forse potrebbe essere necessario dover far ricorso alle riserve della Repubblica, eccellenze e personalità che non mancano in Italia.

Come, appunto, Mario Draghi che il ministro degli Esteri ha incontrato privatamente (salvo far girare ad arte una velina dell’appuntamento) e del quale da allora (visto che gli aveva “fatto una bella impressione”) non smette di tesserne le lodi ad ogni occasione.

Come ha fatto ieri in una intervista alla trasmissione “Non stop news su Rtl 102.5” nel corso del suo viaggio elettorale in Puglia, confermando la stima verso l’ex governatore della Bce e sottolineando la grande mano che potrebbe dare nella difficile situazione che sta affrontando il Paese.

Tutte le risorse di questo Paese in questo periodo critico dell’Italia, nella peggiore crisi dal dopoguerra ad oggi – ha detto – serve che vengano impiegate nei posti dove abbiamo bisogno. E Mario Draghi è una risorsa per l’Italia”.

Non un bel segnale per il premier anche se si è affrettato ad aggiungere che “questo non vuol dire fare le scarpe a Conte che ha tutta la mia fiducia e mercoledì saremo insieme a presentare il patto per l’export per le nostre imprese”. Che è come dire: “Enrico stai sereno”, di renziana memoria.

2 Comments

  1. eccellente analisi. Bravo. Nulla da aggiungere.

  2. giuseppe G ha detto:

    Peccato che l´unica cosa che hanno capito questi ragazzi é mettere le mani sul malloppo senza fare i conti con l´oste . Primo Draghi che non si giocherá l´aureola conquistata in guerra per un gioco a tempo perso .

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