

di Peppe Papa
E’ dal 2011 che il Partito democratico a Napoli non tocca palla per via della propria inconsistenza che diventa sempre più accentuata in proporzione alla disaffezione del suo elettorato di riferimento che lo ha abbandonato in massa.
Una emorragia cui non riesce a porre rimedio, dibattendosi tra i contorcimenti autoreferenziali delle correnti interne che scimmiottano quelle nazionali e l’aspirazione dei vari leaderini locali impegnati a promuovere la propria carriera.
Zero idee, zero iniziative che non siano quelle suggerite dal Nazareno, zero capacità di mobilitazione.
Un nulla su cui è fiondato Vincenzo De Luca che ha intravisto la possibilità di impadronirsi del partito locale muovendo i suoi uomini dalla sala comandi di Palazzo Santa lucia, dove ha stabilito il suo quartiere generale.
Solo il primo step di un disegno egemonico di potere che da Salerno, il suo “Granducato”, prevede di espandersi via via fino alla Capitale, alla conquista della leadership nazionale del partito, poi chissà.
L’uomo ha un’ambizione smisurata, sente che è arrivato il suo momento ed è deciso a giocarsi la chance di sparigliare le carte alla propria maniera, attaccando frontalmente.
Attingendo a piene mani dal vasto repertorio del populismo di cui è maestro, prendendosela con tutti a cominciare dai massimi dirigenti dem, come ha fatto l’altro ieri davanti alla platea della Festa nazionale dell’Unità a Bologna, intervistato da Lucia Annunziata, definendoli “anime morte” e non escludendo di correre per la segreteria, “credo che dopo le amministrative bisognerà pur fare un congresso”.
Oltre a distruggere una delle bandiere identitarie innalzate dal partito come quella sul ddl Zan, definito in alcuni articoli “demenziale” e l’alleanza strutturale con i grillini che “continuano a fare i loro comodi”.
Anche se a Napoli l’alleanza va bene perché risponde alle sue prospettive che sono la conquista amministrativa del capoluogo partenopeo e, soprattutto, della sua Città Metropolitana.
Su Gaetano Manfredi non ha opposto veti, anzi, è “un galantuomo”, una “persona perbene” non un politico di professione, ma di assoluta affidabilità nell’esecuzione dei ‘suggerimenti’ di chi ne sa una più del diavolo, cioè lui. Sarà un ottimo sindaco, non ha dubbi, per questo ha mobilitato le sue truppe dirigendo il traffico dell’affollata coalizione.
Insomma, tutto sembrerebbe filare liscio, tranne per il fatto che sulla sua strada si è materializzato l’incubo che lo tormenta da più cinquant’anni, Antonio Bassolino. Fin da quando, entrambi giovani ingraiani del Pci, ne ha subito la maggiore personalità e carisma, i successi politici, da eterno secondo.
Relegato a Salerno, dove ha saputo costruire una formidabile macchina di potere che gli ha garantito un consenso ‘bulgaro’, ha fatto di necessità virtù ingoiando rospi e aspettando il suo momento che è arrivato con la prima elezione a Presidente della Regione nel 2015, bissata cinque anni dopo con oltre il 70% dei voti.
Un successo che senza tanti fronzoli lo ha spinto ad annunciare una nuova legge elettorale regionale che gli permetta di riproporsi una terza volta nel 2025, trasformando il suo mandato in una sorta governatorato permanente, magari da trasmettere per via ereditaria a uno dei suoi figli. In pratica, fare della Campania una Salerno solo più in grande, dove possa dettare legge incontrastato.
La ricomparsa di Bassolino ridimensiona drasticamente, o almeno costringe a nutrire meno certezze, la possibilità di avere partita vinta per mancanza di avversari all’altezza. Con l’ex governatore tra i piedi, specialmente se questi dovesse spuntarla nella corsa a Palazzo San Giacomo, sarebbe costretto ad accettare un livello più alto del confronto istituzionale, con un vero fuoriclasse della politica.
Bassolino non è uno che puoi prendere a ‘ceffoni’, o ridicolizzare come fatto con De Magistris, la sua è una figura di levatura politica non solo nazionale c’è poco da sbruffoneggiare. Sarebbe dunque una bella rogna per De Luca che sull’argomento ha finora glissato, fingendo disinteresse e ostentando tranquillità. Anche se nessuno tra gli osservatori più attenti gli crede.
E’ incontestabile che l’accrocchio messo in piedi a sostegno di Manfredi sia imponente e nutrito di ‘pacchetti di voto’ di tanti piccoli ras locali alla cui ricompensa si penserà poi, sempre se il sistema regge.
Certo da solo il Pd non ce la può fare e già batte qualche colpo a vuoto. Non sono pochi dirigenti e militanti che si sono sganciati dal partito schierandosi con l’ex sindaco.
La sfida è quanto mai aperta, Bassolino anche nei sondaggi recupera, mentre continua la campagna martellante quartiere per quartiere, a spiegare quello che c’è dare fare subito per tirare fuori dal baratro la città, offrendo la sua competenza e promettendo di circondarsi di giovani per formare la prossima generazione di classe dirigente.
Un proposito quest’ultimo che rappresenta la vera novità della competizione elettorale a Napoli testimoniata dalla forte presenza nelle liste a lui riferite della migliore gioventù cittadina proveniente dalle più diverse estrazioni sociali, esperienze di studio e lavoro.
“Non succede, non succede, ma se succede…” ha scritto Bassolino qualche giorno fa sul suo profilo Facebook. Tutti avvisati, dunque, compreso ovviamente il suo vecchio ‘amico’ De Luca e lo stesso Pd, dal quale ancora aspetta delle scuse.