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Mentre De Luca e Manfredi lavorano alla giunta, Draghi presenta il Bilancio: del “Patto per Napoli” non c’è traccia

Il governatore ‘nomina’ a Palazzo San Giacomo tre fedelissimi. L’esecutivo, intanto, licenzia la legge di bilancio: esclusi interventi ‘personalizzati’ in funzione di un provvedimento generale per tutti i comuni a rischio crac

di Gennaro Prisco

A Napoli, nella terza città italiana, in queste ultime settimane sono accadute tante cose sul piano politico, sul piano economico, sul piano sociale. Tante cose che hanno fatto rumore e tante altre silenzio.

Sul piano politico, l’astensionismo: 53 elettori su 100 non sono andati a votare. Il 47% ha eletto plebiscitariamente il nuovo sindaco, l’ingegnere Gaetano Manfredi, in De Luca, accendendo i fuochi d’artificio per una vittoria che è di sinistra, di destra, di centro.

Il 53% si è chiusa in casa. Ha fatto silenzio. Ha continuato a estraniarsi per non incrociare la frantumazione del consenso e l’esercito dei consiglieri municipali e comunali, tra i quali,  alcuni disoccupati che si stanno facendo assumere da amici compiacenti in posizioni apicali per ricevere, oltre al gettone di presenza, un lauto stipendio pagato dai contribuenti.

Sul piano economico i giovani confindustriali si sono spostati da Capri alla Stazione marittima di Napoli per la loro assise e la Camera di commercio ha messo i ‘Babbo Natale’ e le luminarie con i lidi ancora aperti. Il Pil regionale va bene.

Al sud arriveranno il 40% dei fondi europei previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e il super bonus edilizio va alla grande per la gioia degli amministratori condominiali, degli attori economici, delle palle di Natale.

Sul piano sociale la chiesa napoletana, guidata dal nuovo Arcivescovo, don Mimmo Battaglia, ha dato via al Sinodo per mettersi all’ascolto e in cammino sulle strade di una città incattivita dai lampi di potere, che sono le frecce di un ‘sistema egemonico’ sul piano del linguaggio, del comportamento, dell’azione.

Speriamo che nel suo pellegrinaggio la Chiesa in ascolto percepisca che ciò di cui abbiamo bisogno non è un patto con il potere, ma con le persone.  Le quali hanno bisogno di nuove aggregazioni laiche e religiose disposte a credere che ci sia ancora speranza di conquista per una egemonia culturale che contrasti e faccia arretrare sulla presa della città l’egemonia mafiosa.

Comunque sia, Napoli ha il suo nuovo sindaco. Un ex Rettore e un ex Ministro convogliato a nozze con il governatore della Campania. E noi ci auguriamo che sia il sindaco di tutti, lette anche le percentuali che lo hanno accompagnato verso la vittoria al primo turno.

Letto anche lo studio sui flussi elettorali realizzato da “Rinascita democratica”, che ci dicono che la destra che non ce la fa a dirsi antifascista e antimafiosa lo ha votato in massa e che il primo partito, il Pd, si è presentato alle elezioni con quindici candidati competitivi e venticinque riempi lista, raggiungendo un misero 12%. Quattro punti in meno delle regionali. Certo, i voti, come il denaro non hanno odore. Ma sarebbe fico se il sindaco, visto il momento, dichiarasse: “grazie dei voti, ma nulla a pretendere”.

Ma il capoluogo partenopeo, specchio del Paese, è una città in cui c’è chi è tentato dal controllo di tutta la filiera istituzionale, del territorio e del consenso. E quindi De luca, nomina l’assessore alla sicurezza, Antonio De Iesu, il Direttore generale, Pasquale Granata e il Capo di gabinetto, Maria Grazia Falciatori, tre fedelissimi che traslocheranno da palazzo Santa Lucia e sotto la guida del portavoce in pectore del sindaco, Carlo Porcaro, sceglieranno in quali stanze comunicanti stare con quella del sindaco.

E poi ci sono i cittadini e le cittadine che hanno partecipato o non partecipato al voto, la cui maggioranza ha solo una speranza nel cuore e negli arti: radere al suolo le favela di tufo, di cemento e di cartongesso che dal centro antico arrivano fino ai confini della Metropoli ammorbando l’aria.

Il boss di Santa Lucia ha detto che ci sono miliardi da spendere e che partendo dalla stazione centrale passando per l’ex base Nato e per Bagnoli si realizzerà una rivoluzione urbanistica.

Stabilito chi comanda, il sindaco proverà a fare la Giunta, restando in attesa delle indicazioni di Pd e Cinquestelle, cui spettano due posti a testa per troppe bocche da sfamare, della soluzione della querelle tra Graziella Pagano di Italia viva e Caterina Miraglia di Azzurri per Napoli e delle pretese della galassia di liste che hanno superato il quorum.

Nel frattempo il Premier, a Palazzo Chigi, licenzia la legge di bilancio e del “Patto per Napoli” sottoscritto a Roma da Manfredi, Enrico Letta e Giuseppe Conte, non c’è traccia. E non potrebbe essere diversamente visto che Mario Draghi esclude interventi ‘di favore’ in funzione di un provvedimento generale per tutti i comuni a rischio crac.

Napoli versa in una condizione terminale, è in terapia intensiva, legata all’ossigeno del governo e del parlamento per ripianare il debito del comune ed evitare il crac.

E’ una città svuotata di esperienze, di competenze, di tecnici, di funzionari, d’impiegati, di operai, di divise municipali. E senza una formula magica di pagamento del debito, le assunzioni non sono possibili. E chi li fa i progetti del Pnrr?

Soldi, soldi, soldi, citando Mahmood, che stanno già arrivando dall’Europa: due miliardi per la rigenerazione urbana e, se non sono distratto, non c’è un solo progetto che riguarda Napoli e la Città metropolitana. E niente si sa degli interventi previsti per gli asili nido e la scuola. Ma forse è solo ignoranza dei fatti. Ma una certa pigrizia assale quando bisogna cercare le risposte esclusivamente nei palazzi e chiedere lumi a  chi è direttamente interessato al progetto. E per come sono andate le cose con l’elezione del primo cittadino, c’è da augurarsi che i peggiori presagi non si realizzino.

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