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Ddl Zan bocciato, al Nazareno ‘brindano’

Il piano per uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciato il Pd, facendosi affossare in aula al Senato la sua legge di bandiera scaricando poi la colpa su Renzi e il centrodestra, è perfettamente riuscito. Si complica però la partita Quirinale

di Peppe Papa

Il piano del Nazareno di farsi bocciare il ddl Zan è andato in porto brillantemente. Era necessario, infatti, fare uscire il Partito democratico dal vicolo cieco in cui si era andato a cacciare, rifiutando qualsiasi modifica al testo base da parte del centrodestra con la mediazione di Italia Viva, andando allo scontro e a una sicura sconfitta, ma con la possibilità di scaricare la colpa del flop, sui “traditori” renziani e la destra “oscurantista”.

E così è andata, anzi per essere strasicuri, hanno affidato al loro pasdarn del ddl e relatore, Alessandro Zan l’ultimo tentativo di trattativa prima del voto in Senato, che è un po’ come affidare ‘l’agnello al lupo’. E in effetti non se n’è fatto niente ed è andata come doveva andare, reputazione identitaria rimasta immacolata sui temi della libertà e dei diritti civili, e pazienza per la comunità Lgbt, i disabili e discriminati tutti, sarà per la prossima volta.

Poteva, dunque, iniziare il teatrino delle accuse e delle dichiarazioni di sdegno da parte della nomenclatura dem a partire dal segretario, il più soddisfatto, che su Twitter ha sparso il suo ‘veleno’ senza fari nomi. “Hanno voluto fermare il futuro – ha scritto Lettariportare l’Italia all’indietro. Sì oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato, ma il Paese è da un’altra parte e presto si vedrà”. Gli ha subito fatto eco il suo vice, Peppe Provenzano che ha parlato di “destra peggiore di sempre” e dei “suoi complici” facendo evidentemente riferimento per niente casualmente proprio ai renziani.

Si è fatto sentire, immancabile quando si tratta di menare le mani, anche l’ideologo del “campo largo e di Conte punto di riferimento fortissimo dei progressisti”, Goffredo Bettini che ha difeso la scelta di Letta e dei gruppi parlamentari i quali “hanno condotto una coraggiosa e indispensabile battaglia per i diritti di tutti contro le giravolte della destra sovranista e di tanti parlamentari che si definiscono liberali e riformisti hanno permesso di affossare”. Una responsabilità, ha poi raccomandato, tanto per chiarire il senso dell’operazione, che “va resa manifesta agli occhi dell’opinione pubblica”.

Il fuoco di fila è proseguito con Monica Cirinnà, la capogrupo alla Camera, Debora Serracchiani e via via tutti gli altri fino a l’ultimo peones oscurando anche qualche voce critica che pure c’è stata. Come quella di Valeria Fedeli, che è uscita dall’aula chiedendo le dimissioni di chi ha gestito l’iter parlamentare del disegno di legge a partire “dalla presidenza del gruppo alla Commissione giustizia” e dell’ex capogruppo, Andrea Marcucci che ha parlato di una “strategia fallimentare” e della necessità di “una riflessione”. Ma vabbe’ lui è un renziano infiltrato, non conta.

Le reazioni, naturalmente, non si sono fatte attendere. Matteo Renzi ha replicato alle accuse con un laconico “andate a guardavi i numeri, le responsabilità sono altrove”, mentre Teresa Bellanova ha rimandato la palla nell’altro campo ribattendo che “nonostante il voto compatto di Italia Viva, 23 franchi tiratori tra Pd, Leu e M5S, hanno affossato il ddl Zan facendo venire al pettine i nodi di chi a parole dichiarava di essere per la legge, ma nei fatti era interessato unicamente al consenso”.

Ancora più caustici, come scontato, Matteo Savini e Giorgia Meloni, i vincitori di giornata. “Sconfitta l’arroganza di Letta e i 5Stelle” ha detto il primo, “cala il sipario su una pessima legge che abbiamo contrastato con coerenza” ha rincarato la seconda. Il centrodestra mai così unito, ha trasformato l’assise di Palazzo Madama in una bolgia, con imbarazzanti manifestazioni di giubilo, all’esito del voto che affossava definitivamente l’iniziativa legislativa degli avversari.

Insomma, tutto come previsto, Letta e i suoi possono tirare un sospiro di sollievo, tra qualche giorno nessuno ne parlerà più. Sgombrato il campo da un impiccio tirato avanti troppo per le lunghe, ci si potrà dedicare a ‘tempo pieno’ alla partita Quirinale. Per niente semplice e ricca di incognite, come ha segnalato lo ‘scafato’ Pier Luigi Bersani, che dei 101 di Romano Prodi ne sa qualcosa il quale, con un twitt, ha lanciato l’allarme.

Temo una prova generale per il quarto scrutinio – ha sottolineato, riferendosi proprio alla compattezza del centrodestra mostrata sul ddl Zan – È tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”. Un rischio, tra gli altri, l’incubo di ritrovarsi Silvio Berlusconi al Colle senza essersi resi conto di come sia potuto succedere, e non sarebbe la prima volta per la sinistra nel nostro Paese.

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