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Filo spinato ai confini dell’Europa: dalla Polonia a San Pietro a Patierno l’indifferenza dei ‘viziati’

Come per i profughi accampati alla frontiera polacca, così nel piccolo quartiere della periferia di Napoli si sopravvive da dimenticati. L’incapacità del mondo di curare la radice malata che porta gli Stati a sigillare i confini

di Gennaro Prisco

Condivido con la maggioranza dei miei concittadini l’essere e il sentirsi abusivo. Non è una condizione piacevole, ma essendo comune ci si può prostituire e pagare per il lavoro, o per il piacere passeggiando per il centro direzionale sotto gli occhi della sicurezza, o per le strade del mondo con la stessa inutile allegria.

La chiamiamo arte dell’arrangiarsi e il corpo ha un prezzo. Da noi, non ci sono più le luci rosse fuori ai bassi dei Quartieri spagnoli, ma i in quelli di Forcella offrono carne di tratta umana per poco o niente.

C’è chi sostiene che l’arte dell’arrangiarsi sia stata una nobile arte napoletana durante la guerra e il dopo guerra del secolo scorso. Non sanno quello che dicono. Il mercato della borsa nera e l’ignobile ‘camorria’ di quegli anni sono stati gli ingredienti per far lievitare la storia fin qui. E non è una bella narrazione se Napoli è il penultimo comune italiano per la qualità della vita.

Ciononostante, siamo dei privilegiati se pensiamo ai siriani, agli afgani, agli iracheni che sono nel bosco del confine polacco con la Bielorussia con l’arte della persecuzione addosso.

Ai confini dell’Europa sta andando in scena, con un nuovo arrangiamento, l’annientamento dell’uomo. L’ultimo, in ordine di tempo, di un pianeta consegnato dalla storia a uomini come Lukashenko, o come Assad, Baradar, Al Sistani. Per citare quelli che sul quel confine hanno spinto bambini, madri, padri in un viaggio attraverso l’inferno che non ha fondo in un Europa che alza muri di filo spinato e si appresta a costruirne di cemento. 

E’ diverso il freddo del bosco dal freddo del mare? Morissero, nascituri e centenarie. Che conta il futuro e la memoria di quei profughi? Nulla, assolutamente nulla. Tanto poi c’è il confessionale e l’assoluzione dai peccati.

La verità è che siamo viziati e possiamo andare in piazza per affermare il diritto a diffondere l’infezione contro un “regime nazista” che, se fosse vero, avrebbe già fatto accomodare i no vax nelle camere a gas. O risolto il problema della vaccinazione di massa come hanno fatto i cinesi: “o la fai, oppure ti arresto e butto le chiavi, se non ti fucilo prima sul posto”. Punto.

Se uno mette insieme le cose, capisce che non c’è limite al male. E resta inorridito dinanzi all’esercito schierato contro accampamenti di affamati e di assetati, e alla presenza di Matteo Salvini, con la sua compagna, in piazza San Pietro, ad ascoltare l’omelia del Papa che parla della società dello scarto e di costruire la speranza pulendo l’aria del pianeta e dei nostri polmoni prima che sia troppo tardi. Prima che oltre la carta manchi anche la mano che scrive. E sentirlo dire: “è emozionante, fa capire che non ci si deve voltare dall’altra parte”. Lui che ha lasciato in balia delle onde i fuggitivi per difendere la Patria ed è amico intimo, per convinzioni comuni, con il premier polacco e con quello ungherese i quali affermano che la loro sovranità viene prima di quella dell’Unione europea.

Si può morire ammazzati di botte, di bossoli, di stupro. Accade in Afganistan, in Libia, in Turchia, in Marocco, in Arabia Saudita e in… L’elenco sarebbe lunghissimo. E poi ci sarebbero gli allegati a descrivere la nudità della pelle, la narrazione dei vigliacchi che negano l’evidenza, che affermano: noi non c’entriamo, noi siamo nazioni al di sopra di ogni sospetto.

E a noi che siamo europei per Regno e per Repubblica, non ci resta che spegnere la tv, i social, chiudere la porta di casa anche se è di cartone, anche se la sera la si costruisce per poi smontarla la mattina. E sentirsi, anche lì, fortunati perché non si dorme in strada e i topi non portano via il corpo di Cristo.

Non c’è pace in terra e non c’è pace in mezzo a noi. Quanti comprendono che queste fughe dai propri Paesi non sono scelte libere, ma costrizioni? E quanti, in questa Europa che nega la pandemia, comprendono che il coronavirus si trasmette con il respiro? Il loro che manifesta contro un immaginifico complotto “capitalista illuminato” che tutto pianifica, anche il tempo dei fuggitivi che non hanno piazze, megafoni, canzoni da cantare e ospedali che li curano.

Sono un giornalista senza licenza. Testimone di ciò che gira intorno e di ciò che è fermo. Ed il paradosso lo utilizzo per affermare che c’è una relazione morbosa tra chi dà per pulirsi la coscienza e chi riceve per riempirsi lo stomaco.

Qui c’è la ‘Coca Cola’ con tante bollicine. C’è la democrazia. C’è il Parlamento e la Costituzione antifascista. Qui c’è il Mediterraneo e c’è l’Europa. Con le sue ceneri e il suo controllo creativo sulla popolazione. I muri sono invisibili. Ci sono, ma non impediscono ai poveri di farsi gli occhi con le ricchezze dei pochi e a conservare sulla pelle le cicatrici del degrado e le carezze dell’armonia.

Le prime sono diffuse, visibili allo sguardo altrui, altre sangue vivo. Le seconde sono emozioni d’amore. Sono pulsanti, hanno a che fare con i successi e le cadute. E sono viaggi nell’immensa umanità degli esseri speciali e della bellezza dei luoghi, degli spazi, del paesaggio e di ciò che l’uomo ha creato e crea per dare all’insieme una casa nella quale perdersi con immensa gioia.

E nei boschi e sul mare tutta questa bellezza non c’è. Lì dove dovrebbe essere, non c’è. Lì camminano, o navigano i profughi. Lì chi si salva è un miracolato della geopolitica e della globalizzazione dello sfruttamento intensivo dell’uomo e delle risorse.

Ragione per la quale i diritti umani possono essere calpestati. Motivo che impedisce alle democrazie di non essere austere. Questioni di portafoglio.  Null’altro.

Lukanesceko minaccia di non rifornirci di gas. E l’Europa invece di mandarlo a fare in culo, trema. Mica possiamo riscaldarci con le coperte? Che l’abbiamo inventato a fare il telecomando e l’accensione remota? Noi che siamo armati fino ai denti inutilmente perché non serve nemmeno più a fare paura?

Napoli per me è questa. L’Italia è questa. L’Europa è questa. Il mondo è questo. Ma questo pessimismo di fondo non è sfiducia. E’ speranza. Di cosa, non so. Ma ho fede e quando vedo marciare i ragazzini e le ragazzine sulle strade del mondo libero per chiedere ai governi e i loro sostenitori di salvare il pianeta e di non morire da piccoli, la commozione mi prende. E mi coinvolgo.

E vorrei, sì che vorrei, essere testimone per le vie della città di una richiesta di azione per non far perire il tufo di Napoli. Infilare le scarpe e unirmi alla marcia. Ma qui i ragazzini e le ragazzine hanno altro a cui pensare e non sono pensieri lunghi, sono come le luminarie installate in città dalla Camera di commercio: brutte, messe a caso per spendere due milioni e quattrocentomila euro tanto per. Sostenendo: “Questo Natale non sarà buio”.

Come se questi Babbo Natale, questi orsi, queste lumache illuminate, posizionate ovunque, non fossero in via d’estinzione. E accorgersi, nel piccolo del piccolo dell’ottava città europea di non esistere. Che ci si può dimenticare di un intero quartiere: San Pietro a Patierno. E lasciarlo senza Natale. Perché poi verrà la festa di San Pietro e le luminarie se li accende da solo.

E rispondere, come ha fatto Ciro Fiola, presidente della Camera di commercio di Napoli, “ce ne siamo dimenticati, illumineremo San Pietro a Patierno l’anno prossimo”, non si può sentire. E’ una notizia piccola piccola. Glocale, si dice. Ma dimenticare l’esistenza di un quartiere fa capire come è naturale dimenticare tutto il resto e mostra un modellino dell’incapacità del mondo di curare la radice malata che porta gli Stati a sigillare i confini.

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