

di Gennaro Prisco
Questa cosa qui, l’elezione di buon anno 2022, del nuovo presidente della Repubblica del nostro Paese è straniante. Si percepisce che sarà un passaggio non virtuale e che, nella realtà politica, chiunque verrà eletto sarà un Presidente completamento diverso da quelli che abbiamo avuto fin qui.
Giurerà sulla Costituzione, ma è molto probabile, che mentre lo farà, avrà in testa un piano per il nuovo Parlamento che verrà, per cambiare la Repubblica italiana da parlamentare e semipresidenziale. Cercando di indirizzare il popolo verso il leader, riproponendo, in salsa italiana, non il modello tedesco, ma quello francese.
E poi, può accadere di tutto. In Francia venne eletto Macron, da outsider, partecipando alle elezioni sotto la bandiera di un movimento politico centrista, alle elezioni presidenziali del 2017, da lui fondato nell’aprile 2016, La République En Marche.
E’ andata bene alla Francia e all’Europa. Ma potrebbe anche accadere che, fra sei mesi, sulla spinta dei conflitti sociali e contro i fantomatici ‘illuminati’ che hanno in mano il potere globale, venga eletto uno come, Eric Zemmour, già accreditato al 15%, di finire al ballottaggio, contro Macron, superando l’ormai istituzionalizzata Le Pen, che non dà sfogo al populismo iper radicale dell’America di Trump o del Brasile di Bolsonaro o della Turchia di Erdogan.
Come fa, invece, Eric portando alla massima potenza la divisione tra loro e gli altri senza alcuna possibilità di confronto, poiché loro offrono un nemico da sconfiggere, responsabile del degrado della vita di quei singoli e di quelle comunità che ignorano di essere un esercito di manipolati da chi ha in spregio differenze e diritti e gran cura dei propri interessi e delle proprie bramosie.
Zemmour è totalmente ostile all’Islam, è stato condannato più volte per provocazione razziale e religiosa. E per rendere chiaro il concetto ha proposto di cancellare dall’anagrafe francese i nomi di Mohammed e Kevin, di lottare politicamente contro le lobby gay, poi s’amassero in privato, nascosti nelle topaie. E chi sa che impressione gli fanno i poveri, i diversamente abili, le donne non sottomesse, quelli con gli occhi a mandorla, quegli insopportabili anglosassoni che si sentono superiori ai francesi.
La Francia è politicamente malata come lo siamo noi, come lo sono tutte le democrazie del mondo. Per questo non fa scandalo che Berlusconi, in Italia, fa la campagna acquisti per essere eletto dal parlamento italiano, nato già scaduto, dopo le elezioni del 2018, che videro l’affermazione del Movimento Cinquestelle di Grillo, della Lega di Salvini e la sconfitta elettorale del suo partito.
Non teme i franchi tiratori della destra populista di lotta e di governo (e qui forse ha sbagliato i conti) e si pone attrattivo per le forze centriste e autonomiste, sempre pronte a capovolgere il giudizio politico e a trasformare il rospo in farfalla.
L’Italia è un Paese di equilibristi. Ciò che importa alla maggioranza del Parlamento è che il nuovo inquilino del Quirinale non provenga dal Partito democratico. E su questo obiettivo convergeranno. Mettendo fine contemporaneamente all’esperienza del governo di Mario Draghi, per poi sconfiggere i democratici alle urne.
Berlusconi agisce da semipresidenzialista. Così come agì da preidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo, pur non essendo contemplato dalla Carta Costituzionale. La chiamarono seconda Repubblica. Oggi ci prova inseguendo la Terza.
Senza dover affermare, come l’attuale presidente francese, aprendo la sua campagna elettorale, a Mureux che i pericoli derivanti dall’Islam, sono “una cancrena per la République”. Un pensiero molto diffuso anche in mezzo a noi.
Parola forte, cancrena, diretta al terrorismo islamico, ma anche alla pancia della nazione che scorreggia l’Islam tout court. Perché in Francia, come in tutta Europa, lo ha ricordato Papa Francesco nel suo recente viaggio a Cipro e in Grecia, la democrazia arretra a favore dei populismi che amano vivere con gli occhi su paesaggi incantati e nascondere alla vista i fuggitivi, costruendo campi di concentramento senza camere a gas, dove agonizza la speranza con lo stesso stupore negli occhi delle vittime. E con quella domanda che non esce: perché?
Ecco la domanda a cui in queste ore sta cercando di rispondere il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con il summit per la democrazia, che esclude i cinesi, i russi, gli ungheresi, per fare il punto sulla crisi della democrazia e sulle pulsioni politiche che corrodono dall’interno le differenze di pensiero per assoggettare, con il consenso democratico, enormi masse di infelici, già pronti, per le condizioni di disagio in cui stanno, a marciare dietro un leader che indica i nemici da far tacere, per cancellare le varianti della natura e della condizione umana, così variegate e ricche di unicità, da farli sentire minacciati.
Questa iniziativa è di buon auspicio. Almeno si pongono in termini globali, quali sono le differenze tra le nazioni che praticano la complessità della democrazia e chi la semplificazione dell’uomo solo al comando.
Avendo vissuta l’esperienza di Donald Trump e di Jair Bolsonaro nelle Americhe e quelle nelle democrazie europee di Viktor Orbánin Ungheria e di Mateusz Morawieckiin Polonia, per i quali il diritto nazionale è prevalente su quello europeo minando così, alle fondamenta, la democrazia di un continente forgiatosi sulle macerie della seconda guerra mondiale.
Al summit per la democrazia, per l’Italia partecipa Mario Draghi, faremo la nostra bella figura. Ma noi sappiamo che siamo da sempre in bilico tra performances eccellenti e miserabili serie politiche. E il nostro equilibrio tra Stato e Antistato è oggetto di studio, che potrebbe a breve arricchirsi di nuovi inediti capitoli.
Noi siamo quelli che sono un po’ Mattarella e un po’ Renzi, un po’ Conte e un po’ Di Maio, un po’ Berlusconi e un po’ Travaglio, un po’ Letta e un po’ Landini, un po’ Meloni e un po’ Amadeus, un po’ Riina e un po’ Buscetta, un po’ Falcone e un po’ Palamara, un po’ Mieli e un po’ Feltri, un po’ Ferrero e un po’ Bellisario. Un po’ l’uno e un po’ l’altro purché se magna.
Un po’ furbetti del quartierino e un po’ presenzialisti. Un po’ campioni d’Europa e un po’ Juventini. Un po’ bugiardi e un po’ politicamente scorretti quando si tratta di continuare una legislazione che non rappresenta il Paese e che dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato.
Alla Scala di Milano sei minuti d’applausi per Sergio Mattarella, al San Carlo di Napoli chiamano i carabinieri. A chiedere il loro intervento il direttore della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, per la gran calca di quelli che ci devono stare per forza e se ne fottono del film sui fratelli De Filippo di Sergio Rubini e della pandemia che è in mezzo a loro, a noi e agli altri.
Un po’ Scala e un po’ San Carlo, un po’ nord e un po’ sud. Un po’ standing ovation e un po’ fischi. Un po’ Sala e un po’ Manfredi. Un po’ Fedriga e un po’ De Luca. E poi basta una canzone, un’interpretazione, un’invenzione, una scoperta e viva l’Italia che al summit delle democrazie può affermare che la condivisione forzata di forze politiche diverse tiene a bada l’epidemia, fa crescita economica, prestigio sul piano europeo e globale perché è in grado di correre sulle gambe di Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu.
Domani è un altro giorno. Con l’uscita di scena di Mattarella e con le elezioni presidenziali francesi del 2022 si aprirà un nuovo ciclo. Chi sa quale po’ prevarrà in Italia e in Francia.
1 Comment
Grande..