

di Peppe Papa
C’è un’idea, ci sono forze e condizioni per realizzarla, ma non si fanno passi avanti. “L’area Draghi”, da tempo in cima all’agenda dell’ampio fronte liberal riformista italiano, rilanciata qualche giorno fa da Matteo Renzi in un’intervista al Corriere della sera, langue tra chiacchiere e dispetti da parte di quelli che dovrebbero essere i principali protagonisti dell’iniziativa, che resta in alto mare.
Eppure non manca l’urgenza di avviare la pratica, la campagna elettorale per le politiche del ’23 è cominciata da un pezzo, perdere altro tempo sarebbe fatale e imperdonabile per i responsabili dell’impasse. Sarebbe bene che il leader di Italia Viva e quello di Azione, Carlo Calenda – senza di loro “l’area Draghi” rappresenterebbe solo una suggestione – si sedessero al tavolo e iniziassero a fare sul serio.
Purtroppo, però ancora non accade, prevalgono impedimenti che meriterebbero uno studio psicanalitico per decifrarne le motivazioni profonde, e si resta nel vago per lo sconcerto di quanti sono pronti a impegnarsi nell’impresa di dare vita al nuovo soggetto politico. Intanto, a distanza, continua il botta e risposta tra i due.
L’ex premier è stato il primo a parlare di “un sano contenitore riformatore che non farebbe fatica ad andare a doppia cifra”, a stretto giro è arrivata puntuale la replica del Capo azionista, non proprio conciliante: “Renzi è ancora estremamente poco chiaro su questo”. E ha sciorinato la sua ricetta che è, poi la stessa, virgola più virgola meno, di quella del suo ‘antagonista’.
La nostra strada “è un polo del pragmatismo e del buongoverno che lavorerà per spezzare il bi-populismo, cioè per evitare che vinca una delle due coalizioni”, ha spiegato e “perciò bisogna fare in modo di arrivare a un governo di larghe intese tra partiti europeisti e democratici”. Serve “prendere almeno l’8%”, ha proseguito, “costringere Pd, Fi e la Lega di Giorgetti a continuare l’esperienza di governo attuale”.
Esattamente quello che pensa Renzi “c’è uno spazio che può salvare il Paese ed è l’area Draghi, oggi in Italia e l’area Macron in Francia”, tutto sta ad andarlo a riempire. Non farlo “per mere ragioni di egocentrismo, sarebbe folle e da irresponsabili” ha riconosciuto il leader Iv che ha lanciato la sfida cui Calenda ha risposto come abbiamo visto.
“I prossimi mesi – ha detto – mostreranno chi è in grado di fare politica e chi invece vive di inspiegabili risentimenti, anche in questo centro riformista. Noi ci siamo con umiltà e determinazione”. L’ex ministro dello Sviluppo ha raccolto la sollecitazione pur senza rinunciare alla solita punzecchiatura, “a mio avviso sta cercando in accordo con il Pd”, in tutti i casi “siamo disponibilissimi, del resto sono settimane che dico a Renzi ‘incontriamoci’ però per il momento non c’è stata alcuna risposta”.
Insomma, le buone intenzioni ci sono, anche se complicate da chissà quali reconditi motivi, basterebbe un po’ di buona volontà per arrivare al risultato. Ma a quanto pare non c’è verso e non si sa di chi è la colpa, anche se è l’ultima cosa che interessa sapere, quando c’è un rigore da tirare a porta vuota e nessuno si appresta a posare il pallone sul dischetto. In questo modo, non resta che perdere: l’area Draghi può attendere.
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Solo due scapoellotti della mamma, purché ben assestato, possono rendere meno capriccioso Carletto Calenda. La riconoscenza verso Renzi per averlo tirato fuori dall’anonimato è una categoria senza valore a cui è vano appellarsi.