

di Peppe Papa
Era inevitabile che finisse a pesci in faccia e che il casus belli sarebbe stato la decisione da prendere sulla regola del doppio mandato, ovvero l’esclusione dalle liste per le prossime elezioni politiche dei parlamentari arrivati alla fine della loro seconda legislatura. Tutti a casa e poco conta se nel frattempo qualcuno ha acquisito esperienza, visibilità, o più volgarmente ha assaggiato gli agi della vita politica nella Capitale.
Il M5S di Giuseppe Conte si appresta a votare, online naturalmente, sul mantenimento o meno della norma che ne ha caratterizzato la storia fin dalle origini del ‘Vaffa’ day’, ma quelli erano altri tempi, tanta acqua è passata sotto i ponti e non sarebbe il primo tabù infranto da Movimento.
Solo che il risultato, anche questa volta, è già scritto, non ci sarà più spazio per i ‘vecchi’ parlamentari, condizione indispensabile per consentire a Giuseppe Conte di consolidare e legittimare definitivamente la sua controversa leadership.
Portare in parlamento lui stesso e una pattuglia di suoi fedelissimi è l’obiettivo principale cui punta, ammesso che gli riesca. I risultati delle amministrative, caso mai qualcuno avesse avuto dubbi, è stato più che disastroso, seriamente i Cinquestelle rischiano di scomparire, soprattutto se affidato alle cure di un parvenu della politica, pasticcione e incompetente come l’avvocato di Volturara Appula. Il quale, invece, ci crede ed è deciso ad andare fino in fondo, anche a rischio di schiantarsi.
Gioco fin troppo scoperto per uno come Luigi Di Maio, certamente il più sveglio di tutta la nidiata grillina, che da tempo ha messo al sicuro la ‘poltrona’ sua e quella dei suoi, una pattuglia compatta di almeno una trentina di parlamentari, consolidando l’appartenenza al fronte progressista schierandosi senza tentennamenti con Mario Draghi e il Pd di Enrico Letta, architrave principale dell’esecutivo guidato dall’ex capo della Bce.
Ha lasciato all’ex premier campo libero, è stato in silenzio senza mai assecondarne le mosse più azzardate, anzi, si è pian piano ritagliato il suo spazio vitale in attesa di passare all’offensiva non appena se ne sarebbero presentate le condizioni.
La maldestra gestione dell’operazione Quirinale, dei continui distinguo sull’attività del governo, l’ambigua posizione sulla guerra in Ucraina, hanno convinto il ministro degli Esteri (sic) a passare all’azione e attaccare senza preavviso.
Riuniti i giornalisti in piazza, tanto per rendere esplicito il messaggio, è andato all’assalto di Conte, pur senza mai nominarlo. Ha parlato di “fare uno sforzo di democrazia interna” facendo ammenda del passato di cui lui stesso è stato protagonista, ha ammonito dal “rendere dichiarazioni contro la Nato” non condividendo le “ambiguità sulle alleanze strategiche dell’Italia”, infine l’ultima stoccata sottolineando che “non si può dare le colpe ad altri, bisogna prendersi le proprie responsabilità”.
Che è esattamente l’atteggiamento ondivago e senza una bussola, tentativo estremo di come trovare il modo per sbarcare il lunario e non uscire di scena, che innerva l’azione dell’ex presidente del Consiglio. Una requisitoria pesantissima, un attacco frontale e senza sconti, un avvertimento ad andarci cauto con l’idea di farlo fuori a mezzo clic, è finita un’epoca e bisogna prenderne atto, in caso contrario ognuno per la sua strada.
E c’è da giurarci che così andrà a finire, il ragazzo ha imparato in fretta come va il mondo, soprattutto quello della politica, e non gli è sfuggito l’atteggiamento dell’inventore della ‘bolla’ M5S, Beppe Grillo il quale, dopo avere incassato un assegno di 300mila euro per il suo blog è sparito, a Genova, nel suo feudo, neanche è andato a votare, dicono perché preso da difficili vicende familiari. Sarà, ma il segno che il giocattolo si sia rotto appare come più di un’avventata profezia.
Conte, ovviamente, ha reagito all’invettiva, anche se preso alla sprovvista, rispondendo piccato: “Fanno sorridere le lezioni democrazia e dire che la posizione del Movimento mette in difficoltà il governo, significa dire stupidaggini”. Poi ha affrontato il tema delle responsabilità affermando di averci “messo la faccia dappertutto” e in quanto a Di Maio ha lanciato la sfida invitandolo a “chiedere un’audizione, lo sentiremo”. Il massimo dell’ingenuità, diciamo così.
Luigi è già altrove, non ha alcun interesse a contendere un partito che considera bello è finito, o comunque non in grado di garantire una prospettiva di futuro a chi come lui non intende chiudere qui l’esperienza, tra l’altro decisa da un personaggio da lui stesso inventato. I rapporti con il Pd sono più che buoni, al punto che uno come il senatore Andrea Marcucci, da sempre avverso all’abbraccio del suo partito con i Cinquestelle, ha “apprezzato molto l’intervento del Ministro”.
Insomma, sa dove andare e trovare casa mettendo a disposizione i pochi spiccioli di rappresentatività fin qui guadagnati, facendoli il più possibile pesare nel frattempo che Conte decide come posizionarsi innervosendo i dem che cominciano ad averne le scatole piene dei suoi tentennamenti. In pratica, siamo ai saluti: è stato bello.