

di Peppe Papa
E’ finita come tutti si aspettavano, il M5S non si muove dal governo. L’atteso faccia a faccia tra Giuseppe Conte e Mario Draghi che ha tenuto banco nell’ultima settimana promettendo sfaceli, si è concluso dopo poco più di un’ora a Palazzo Chigi con una stretta di mano e la promessa del premier di rivedersi.
Tanto rumore per nulla, dunque, mentre nel frattempo veniva deciso il voto di fiducia sul Decreto aiuti che aveva spaccato la maggioranza proprio per gli ostacoli posti dai pentastellati, che hanno dovuto ingoiare così un ulteriore rospo. Una debacle, l’ennesima, che il leader Cinquestelle ha provato a rendere meno amara inscenando un teatrino al cospetto dei giornalisti che lo attendevano all’uscita.
Con piglio serio ha cercato di mantenere alta la tensione prima, sottolineando “il profondo disagio per gli attacchi pregiudiziali” subiti dal Movimento, ma confermando la permanenza al governo seppur rivendicando “un forte segno di discontinuità”, poi poco dopo dichiarando, in un punto stampa nella sede del partito, di “non aver dato rassicurazioni”.
Le richieste sono state infilate in una lettera, composta da ritagli di agenzie e vecchie dichiarazioni fatta passare per un manifesto politico, riguardante una sfilza di ovvi desiderata, dal Reddito di cittadinanza che “non si tocca” al salario minimo, dalla riduzione del cuneo fiscale al Superbonus che va incentivato, dal caro bollette al sostegno dei redditi medi, la transizione ecologica, la rateizzazione delle cartelle esattoriali.
Di tutto e di più pur di mantenere alto il morale delle truppe e non perdere la faccia con i più duri del Movimento che vorrebbero scassare tutto e lo invitano a cacciare gli attributi. Non a caso è stato il pasdaran dei duri e puri, Alessandro Di Battista a commentare per primo l’esito dell’incontro in una maniera che la dice lunga sulla stima per l’avvocato.
“E anche oggi il Movimento 5 Stelle esce dal governo domani. Esprime a Draghi il proprio disagio, come se uno dei peggiori presidenti del Consiglio della storia fosse un prete nel confessionale”, ha scritto sul suo profilo Facebook. “Chissà, magari il Movimento uscirà dal governo dopo l’estate – ha proseguito caustico – quando i parlamentari avranno maturato la pensione. Magari uscirà dopo la finanziaria, momento d’oro per chi è alla ricerca di denari da trasformare in markette elettorali”.
Intanto da Palazzo Chigi fonti accreditate riferivano di una riunione descritta come “positiva” e che Conte aveva “confermato il sostegno del M5S al governo” e, a proposito della lettera, liquidavano la questione riconoscendo che “molti dei temi sollevati si identificano in una linea di continuità con l’azione dell’esecutivo”. Pertanto, tutto a posto. Dichiarazioni mortificanti per chi aveva promesso di non fare sconti.
Intanto, nel corso dell’assemblea congiunta dei Cinquestelle particolarmente infuocata tenutasi in serata, veniva deciso di votare la fiducia, anche se controvoglia al Dl Aiuti, “perché non si possono mettere in ghiacciaia 23 miliardi a sostegno di imprese e famiglie”, facevano rimbalzare il ragionamento i vertici.
Probabilmente si asterranno, magari abbandonando platealmente l’Aula per lanciare un segnale forte al premier, ma soprattutto al proprio elettorato. L’impressione è che non basterà per uscire dal vicolo cieco in cui sono andati a cacciarsi.