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Pd nel guado: Conte vuole la testa del capo, Renzi lo dà per spacciato

In entrambi i casi per i Democratici, senza una linea politica, è giunto il momento di scegliere come morire

di Peppe Papa

Conte per ricominciare a parlarsi chiede la testa di Letta, mentre Renzi ne preconizza la fine, per il Pd, in entrambi i casi, è giunto il momento di scegliere come morire.

Non sembra che ci siano altre alternative, l’andare oltre, tanto evocato nel confusionario dibattito interno materializzatosi nei giorni post voto, vuol dire decidere definitivamente da che parte stare, quale partito si vuole essere.

In pratica, definire una volta per tutte se stare sulle barricate a rappresentare il disagio sociale, oppure farsi carico di un programma realmente riformista e liberale.

Stare con il “Masaniello” dei Cinque stelle, o con il progetto terzopolista dell’ex segretario e di Carlo Calenda? La questione, al di là del circo mediatico che si è scatenato sui tormenti dei Democratici italiani, sta tutta in questo dubbio amletico.

Intanto, M5S e Azione-Italia viva, continuano a rodergli consensi e il massimo che si sono inventati per cercare di rimediare all’offensiva è stato annunciare la Direzione del partito in diretta streaming. “Siamo un grande partito, il confronto è sempre sano ed è giusto che elettori ed iscritti possano ascoltare (sic)” è stato il ragionamento che ha portato alla decisione.

Del resto il ruolo di iscritti e simpatizzanti sarà fondamentale nell’impostazione che il segretario vuole dare alla costruzione di un congresso che deve essere “costituente” dove saranno messi in discussione nome, simbolo, alleanze e organizzazione. Letta lo ha spiegato in una lettera agli iscritti, specificando che la sua relazione sarà “aperta, nessun prendere o lasciare”.

Il che vuol dire tutto e niente, resta il nodo di fondo della linea politica, non c’è scampo, anche se alcuni di loro in uno slancio estremo di ottimismo continuano a pensare che “stanno venendo fuori molte questioni su cui confrontarsi e questo è positivo” e che il Pd “non è morto e si mette in discussione per evolversi”.

Quelli più in difficoltà, in questo bailamme, sembrano i componenti della corposa corrente di Base riformista, i renziani ‘transfughi’ rimasti nei dem all’atto della scissione che raccomandano di far presto e puntano il dito proprio sul loro vecchio leader.

Discussione e partecipazione vanno bene, ma serve una leadership forte in tempi idonei – hanno fatto sapere – Ci sono sfide da affrontare in parlamento e nel Paese. E siamo sotto attacco. Da parte di Renzi in particolare”.

Che è la cosa che più li mette in ansia. Sarebbe duro riconoscere di aver sbagliato e ritornare alla casa madre con la coda tra le gambe ebbri dall’aver riscaldato nel frattempo qualche poltrona, ma pentiti della propria mediocrità senza visione.

Un gioco da ragazzi per uno come Renzi, affondare il colpo nel corpaccione molle di un partito allo sbando, convinto di averla vista giusta a suo tempo andando via per fondare un nuovo soggetto politico. “Se Pd e 5Stelle si mettono d’accordo chi ha l’animo riformista non può stare con Conte e Casalino”, ha avvertito intervistato alla trasmissione Zona Bianca.

Prevedo una bellissima, grande alleanza a sinistra – ha aggiunto – con Conte, Bettini, D’Alema e noi alle prossime elezioni saremo la maggioranza. Una sinistra in quel modo è condannata a perdere”. Che suona come una sentenza. Amen.

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