

Editoriale di Gaetano Piscopo
L’inasprimento della guerra in Ucraina sta facendo emergere antiche spinte anti americane ed anticapitaliste. Intanto la destra ha vinto le elezioni politiche e mostra la sua reale essenza con la nomina dei presidenti di Senato e Camera. Non due profili dell’area conservatrice moderata, ma due militanti storici divisivi.
Ignazio La Russa, figura della destra radicale, presidente del Senato. Lorenzo Fontana, Presidente della Camera, che ancora peggio in questi anni si è distinto per le sue posizioni pro Putin, oltre ad essere notoriamente omofobo e contro diritti e libertà democratiche.
Altro che pace. In Italia c’è una convergenza tra destra e sinistra radicale che tenderebbe a far soccombere gli ucraini all’aggressione russa. In questi giorni si mobilitano tanti pacifisti di facciata che organizzano manifestazioni di piazza.
Tra questi Vincenzo De Luca, Michele Santoro, Luigi De Magistris, Nichi Vendola e tanti altri paradossalmente ‘rinvigoriti’ dalla batosta elettorale. C’è chi paragona queste mobilitazioni a quelle di cinquanta anni fa per la guerra in Vietnam. Niente di più falso.
Tanti di noi scendevano in piazza contro l’imperialismo e l’invasione americana e non mettevamo in discussione le forniture di armi e mezzi ai vietnamiti da parte dei sovietici e della Cina.
In quegli anni eravamo abbagliati da preconcetti ideologici al punto di sostenere ogni possibile movimento rivoluzionario. La cacciata dello scià di Persia per spianare la strada all’oscurantismo komeinista è solo uno dei tanti esempi della nostra miopia. Certo ci accomunavano spinte ideologiche e l’idea di dover difendere le sovranità nazionali contro l’espansionismo degli Stati Uniti.
Oggi in condizioni invertite dovremmo essere con l’Ucraina senza sé e senza ma. Non per amore di una leadership, quella ucraina, che può porci interrogativi sull’essenza del loro concetto di democrazia, ma perché quell’area è naturalmente un polmone di difesa per le nostre libertà.
Gli aspetti energetici sono solo una conseguenza del ricatto di Putin che ha fatto innescare una escalation speculativa. Se solo provassimo a riflettere sulla cronologia dei fatti, ci renderemmo conto che questa guerra è stata pianificata cogliendo tutti gli aspetti di debolezza delle nostre difese.
All’indomani della crisi pandemica l’autocrate del Cremlino ha scientemente organizzato l’invasione pensando, come in Crimea, ad una guerra lampo per annettere la parte di territorio più ricco e strategico dell’Ucraina. Ha sbagliato i calcoli e nel frattempo viene messo alle strette dai falchi interni al potere russo.
Per accontentarli ha indetto, prima un referendum farsa nelle regioni occupate come l’alibi che giustificasse le reazioni militari, poi sceneggiate come la bomba sul ponte di collegamento tra Russia e Ucraina.
Come si fa ad immaginare che un camion passi i rigidi controlli di frontiera, scoppi sul ponte provocando danni lievi sotto ad un altro ponte con vagoni treno pieni di carburante che non saltano in aria e che lo stesso ponte sia riparato in pochi giorni ritornando ad essere percorribile.
Intanto gli ucraini non lo hanno rivendicato con forza come avevano fatto, per esempio, quando affondarono la nave ammiraglia Moskva nel Mar Nero e, semmai avessero avuto quest’obiettivo, lo avrebbero fatto lanciando missili di ultima generazione forniti dall’occidente.
Di fronte a scenari così pericolosi, l’Europa non è stata capace di assumere il necessario protagonismo, rischiando di dividersi sulle scelte conseguenziali alla crisi economica innescata dalla guerra. Le risposte di difesa degli interessi nazionali dei paesi più forti, come la Germania, rischia di far naufragare l’essenza stessa dell’Unione Europea. Sarebbe una vittoria per Putin.
Nel frattempo, da noi, abbiamo mandato a casa l’unica figura di spessore e tutela dei nostri interessi in Europa, Mario Draghi. E come se non bastasse ci siamo avventurati in una nuova stagione populista che porta al governo la destra e gli amici dichiarati di Mosca.
La sinistra, quella ancorata all’antiamericanismo di sempre, scende in piazza per chiedere in pratica la resa degli ucraini e porre fine alla guerra dando per scontato che lo ‘zar’ mai cederà i territori invasi.
Forse varrebbe la pena avere il coraggio di difendere il nostro futuro e la nostra democrazia senza perdersi in inutili piazze identitarie che certificano solo l’inadeguatezza della politica italiana a governare le sorti del Paese, come dimostrato in questi ultimi anni. L’orso russo ne ha approfittato, era inevitabile, sarebbe ora il caso che non gli si facessero altri favori.