

Editoriale di Gaetano Piscopo
Quale migliore definizione dell’ultimo patto siglato tra Meloni e Berlusconi, quello della “Scrofa”. Per molti potrebbe essere un appellativo da dare alla Giorgia per avere rapidamente moltiplicato i suoi accoliti e invece è più calzante per Silvio che in questi ultimi decenni non solo ha ‘partorito’ tanti fedeli, ma li ha anche foraggiati. Per questo ha immaginato di avere ancora crediti da incassare ed è per questo che mantiene ancora una soglia di sopravvivenza elettorale.
La risposta a chi ha vinto questa tornata elettorale e i preamboli di questi giorni è evidente. Si tratta senza dubbio di Giorgia Meloni. “Non sono ricattabile” e con questa affermazione costringe Berlusconi a miti consigli.
Che la leader di Fratelli d’Italia avesse il retroterra formativo per fronteggiare gli appetiti degli avventizi della politica è un dato ormai acquisito.
Ora si tratta di capire se ha lo spessore per mantenere la fermezza e la coerenza da una parte e dall’altra il coraggio dell’incoerenza dal suo marchio identitario, come dice Claudio Martelli, per poter governare una contingenza così complicata per la Nazione.
Se Berlusconi voleva mantenere il profilo del padre nobile dell’alleanza di centro destra non doveva esplicitare il ricatto nella elezione del Presidente del Senato per difendere la richiesta di un ministero a Licia Ronzulli, che con tutto il rispetto, non meritava il suicidio politico di Forza Italia.
Certo non si aspettava il soccorso dato dalle opposizioni per eleggere La Russa ed è proprio questo elemento che ha fatto emergere le contraddizioni nell’alleanza di centro destra. Nessuno se ne sarebbe accorto se tra una trattativa e l’altra non si fosse eletto alla prima votazione il ‘camerata’ La Russa. Chiunque abbia offerto i voti necessari ha, seppur per molti di loro inconsapevolmente, determinato l’avvio della deflagrazione del berlusconismo.
L’indiziato numero uno è come al solito Matteo Renzi che pur non avendo i numeri per esserne il responsabile, rimane l’unico che ha la visione delle conseguenze che possono produrre scelte machiavelliche di opportunità. Gli esempi sono a portata di mano, la nascita e la fine del governo Conte è la descrizione dell’essenza di un vero leader. Visione, strategia e coraggio.
Fu proprio Renzi, nel 2014, ad aprire le porte del Nazareno per dialogare con la componente liberale del centro destra per avviare una stagione di riforme innovatrici. Si gridò allo scandalo e gli eredi del comunismo nostrano hanno fatto il possibile per delegittimare quel percorso.
Così che il risultato del referendum costituzionale segnò l’inizio del declino non tanto della figura del leader Renzi, ma dell’essenza stessa del Pd che da allora non ha più avuto una leadership credibile e coinvolgente.
Qualcuno ripropone il tema della pacificazione nella politica italiana, ma i segnali vanno in tutt’altra direzione. Il centro destra ha già dato la prima risposta con l’elezione dei due Presidenti dei rami del Parlamento. Due figure radicali ed identitarie.
Il Pd ha avviato una lunga fase congressuale per definire il proprio perimetro con lo scontro tra le sue diverse anime mai integrate. Uniti solo dal collante del potere oggi si vedono barrare la strada a destra dalle ispirazioni liberali, a sinistra dal rigenerato populismo pentastellato. Quello di Conte che per molti dirigenti dem doveva essere il nuovo “leader maximo”.
Intanto Forza Italia e Terzo Polo si contendono lo stesso elettorato. Quello moderato e di ispirazione liberal socialista. Ma i primi sono ancora totalmente dipendenti dagli umori e dalle sostanze del Cavaliere che all’ultima tornata ha gridato alla vittoria pur avendo dimezzato i propri voti.
I secondi stanno tracciando una strada per la nascita di un uovo soggetto politico di ispirazione liberale che in prospettiva può rappresentare un riferimento per quel ceto medio mortificato dalle politiche sovraniste e populiste.
Meloni, nel frattempo, sembra decisa ad andare per la sua strada, non ci sta a farsi mettere i bastoni tra le ruote da nessuno proprio all’ultimo miglio della propria travolgente ascesa, tanto meno dai suoi ‘alleati’. Salvini lo ha domato, anche grazie all’aiuto del suo stesso partito, che lo ha costretto a più miti consigli ottenendo comunque per sé la vice presidenza di Palazzo Chigi e alla Lega la pesante delega all’Economia e Finanza.
Con Berlusconi la faccenda è un po’ più dura, ha mantenuto il punto sul veto a Ronzulli, resta ancora aperta la questione della nomina di Maria Elisabetta Casellati alla Giustizia che il tycoon dà per scontata e sulla quale non sembra disposto a fare marcia indietro.
Addirittura ha annunciato l’accordo in diretta tv all’uscita del Senato, snocciolando nell’occasione anche tutti gli altri nomi di ministri e dicasteri attribuiti al suo partito.
Da parte di Fdi gelo e nessun commento che lascia presagire un nuovo scontro, sia per l’irritualità istituzionale di una esternazione del genere, sia perché a via Arenula, Meloni vuole con forza l’autorevole ex magistrato Carlo Nordio che ha già portato in parlamento. Vedremo come andrà a finire.