

di Peppe Papa
Potrebbe essere lui l’uomo della salvezza, il leader da tempo cercato in grado di frenare il declino e ripartire. Stefano Bonaccini si è candidato alla guida del Partito democratico promettendo di rivoltarlo come un calzino sia nell’organizzazione interna che nel rapporto con i potenziali alleati, Terzo Polo e M5S.
L’annuncio, pur se atteso, ha mandato in fibrillazione larga parte dell’attuale gruppo dirigente, a cui ha apertamente dichiarato guerra. “Le correnti per come si sono strutturate – ha detto – invece di selezionare la classe dirigente, hanno selezionato chi è fedele”.
E’ stata una scossa per un partito alle prese con una defaticante fase precongressuale, inutilmente prolissa e vuota di idee.
Bonaccini non ha mai nascosto la sua comunanza di vedute con Matteo Renzi del quale fu convinto sostenitore negli anni migliori della scalata al partito, il governo e il successo alle elezioni europee del 40%. E con il quale ritiene bisognerà ritornare a parlarsi, così come con il M5S. Tuttavia facendo valere il peso specifico dei dem: “senza il Pd non c’è nessun centrosinistra che batte la destra”.
Una sorta di avviso ai naviganti per ribadire un ruolo di primo piano del partito alle prese, colpevolmente, con l’azione di spolpamento congiunta portata avanti a sinistra dai Cinquestelle e a destra da Azione e Iv. Una emorragia assolutamente da fermare ricordando che “contano i voti alle urne, non quelli attribuiti dai sondaggi, e il Pd è il secondo partito italiano”, fino a prova contraria.
Una precisazione che rende l’idea del sano pragmatismo di quella parte d’Italia che si chiama “Via Emilia”, che a torto o forse per convenienza è stata ritenuta bravissima a governare il territorio, ma incapace di incidere nei palazzi romani, decisa a sfidare il pregiudizio.
Bonaccini può contare sul sostegno trasversale nel mondo degli amministratori locali, sindaci e altri colleghi governatori come il toscano Eugenio Giani, sicuramente è con lui Base Riformista (gli ex renziani) che va da Alessandro Alfieri e Lorenzo Guerini a Simona Malpezzi. Una base consistente per tentare il colpo, soprattutto se non si intravede un competitor in grado di impensierirlo.
Al momento si fa il nome di Elly Schlein, l’astro nascente della sinistra radical-ambientalista e dei diritti civili, sponsorizzata dall’alchimista doroteo Dario Franceschini con la sua AreaDem, probabilmente Nicola Zingaretti, forse la sinistra di Andrea Orlando e Peppe Provenzano se non avranno da proporre di meglio (improbabile) e gli eterni Gianni Cuperlo e Goffredo Bettini per quel che ancora contano.
Se la sfida davvero dovesse essere questa, non ci sarebbe partita. In fondo la Schlein è una sua creatura, il primo ad averne intuito le potenzialità politiche, a fronte di una importante affermazione personale alle urne, tanto da averle affidato la vice presidenza della Regione e senza soffrirne la popolarità, è stato lui. Che nel partito ci è nato e cresciuto, lei ancora non si è fatta la tessera.