

di Serena Cirillo
Orgoglio e piagnistei, l’Assemblea nazionale del Pd ha stabilito la data delle primarie, anticipate (si fa per dire) al 19 febbraio circa un mese prima di quelle previste in un primo momento il 12 marzo, Enrico Letta c’è l’ha fatta alla fine a trovare la mediazione tra chi voleva tempi più stretti per il congresso e chi invece avrebbe preferito una discussione più lunga e articolata in perfetto stile Pci dei bei tempi.
Il segretario è riuscito pure nell’impresa di portare a casa, non senza qualche lamento, la modifica della norma statutaria che consentirà a Elly Schlein di partecipare alla corsa per la leadership. Insomma, tutto è andato per il verso giusto, così come decretato dal patto di sindacato con le correnti interne che sono uscite un po’ ammaccate dalla trattativa e restano il principale bersaglio della rampante ‘nouvelle vague’ del partito in ascesa.
L’accordo, inoltre, potrebbe subire una ulteriore accelerazione se la data delle elezioni regionali di Lazio, Lombardia e Molise dovesse essere fissata prima di quelle delle loro primarie (il che è probabile, pare il 12 febbraio), sarebbe un bel guaio per chi già aveva già dovuto ingoiare la mezza riduzione dei tempi per il ‘dibattito’.
Ma tant’è, Letta soddisfatto si è lasciato prendere la mano e ha richiamato tutti alla fierezza dell’appartenenza, da rivendicare con forza. “Vorrei che oggi fosse la giornata dell’orgoglio Pd” ha sottolineato nella sua relazione, insistendo su “una svolta” impressa senza scissioni e preservando la caratteristica di essere l’unico “partito comunità” rimasto in Italia. E perciò sotto attacco dei voraci avversari, soprattutto nel fronte ‘amico’.
In pratica, il vecchio espediente della sindrome da accerchiamento per motivare le truppe, per cui “gli altri sono tutti partiti personali” e c’è bisogno di “respingere l’aggressione continua” da parte di altre forze progressiste “impegnate più ad attaccare noi anziché il governo”. Anche questo un tentativo riuscito dato il tono delle reazioni al richiamo del segretario. Un misto tra rabbia e piagnisteo.
“Sono stanco di ricevere sputi e insulti da tutte le parti – ha detto Gianni Cuperlo – Dalle altre opposizioni che cercano di spolparci e ci spiegano cosa dovremmo fare, trattandoci come l’avanzo di una storia fallita. Da gente che ci fa la paternale sui nostri errori e sconfitte, ma che quando eravamo al potere stavano in prima fila a raccoglierne i benefici“.
“La nostra dannazione è sempre imboccare la via di mezzo, abbiamo salvato le date della costituente ma non sono certo che salveremo questo processo”, ha rincarato polemico il vice segretario Peppe Provenzano. E c’è da capirlo, proprio la sinistra dem, di cui è autorevole esponente, ha ingoiato il boccone più amaro per assicurare la pax.
Per il momento il patto regge, Letta si è anche avventurato in previsioni ottimistiche sulla conquista in particolare delle presidenze regionali di Lazio e Lombardia, “siamo competitivi” ha affermato chissà quanto convinto.
In fondo per lui, comunque andrà a finire, sarà il passo d’addio, convinto di aver fatto il massimo, anche se è risultato obiettivamente poco rispetto alle aspettative che aveva suscitato, da moderno Cincinnato, il suo ritorno in patria.