

di Peppe Papa
La corsa alla segreteria del Partito democratico si arricchisce di un nuovo pretendente, anche se ancora proforme, perché l’uomo è fatto così e appartiene alla vecchia scuola, quella del dibattito sempre e comunque. Gianni Cuperlo, non ha ancora sciolto la riserva, ma sembra certo che sarà della partita.
Prima su La Stampa dove ha annunciato che “potrebbe” candidarsi, poi su Tpi dove ha fatto intendere che è praticamente deciso, “lo ammetto, spero non sia una colpa”. Ma la cosa è “talmente seria” che c’è da riflettere, “non da solo”.
E ci mancherebbe. Di sicuro c’è che la “Ditta” ha accusato il colpo della discesa in campo di Elly Schlein che rappresenta la proposta più di sinistra finora emersa e per niente in linea con i suoi dettami classici.
Troppo diversa nel suo radicalismo, estranea e, soprattutto, in grado di sottrarre quegli spazi di potere interno che inevitabilmente scaturiranno dal congresso.
Insomma, senza un candidato la sinistra dem, fatalmente si troverebbe a perdere posti e potere che finora, nonostante le altalenanti fortune del partito e suoi “punto e capo”, è stata senza dubbio nel vivo del comando pur se in posizione un po’ defilata, ma sempre con l’immancabile ditino puntato e il falso mito della purezza delle origini.
Ha un bel dire Cuperlo che “la sinistra in questi anni è stata opposizione e ha delle cose da dire, perché ha avuto ragione su tante cose cruciali”, la verità è che è stata sempre, tranne quando alla guida c’era Renzi, in maggioranza: dal 2009 al 2014 sotto Bersani ed Epifani e dal 2018 a oggi, prima con Maurizio Martina e Nicola Zingaretti e poi con Letta. Altro che figli di un Dio minore inascoltati.
Con queste premesse è dunque impensabile abbandonare il campo con la coda tra le gambe lasciando alla Schlein lo spazio di rappresentanza della gauche dem. Soprattutto nella malaugurata ipotesi dovesse pure vincere. Meglio, nel caso, contribuire a una sua onorevole sconfitta che poi, con Bonaccini, favorito da tutti i pronostici, ci si intenderà pur a dispetto della sua vocazione riformista.
Nell’eventualità, preso atto che non è possibile “espungere il liberismo” dal Pd, la strada dunque è obbligata per conservare un minimo di agibilità politica nel dibattito pubblico e interno, il tentativo estremo per provare a rimanere a galla anche senza avere niente di nuovo da dire.
Peraltro un po’ tutte le correnti tradizionali stanno marciando (forse persino Dario Franceschini in persona) in questa direzione, si prefigura uno scenario ‘gattopardesco’, quindi l’imperativo è mantenere le posizioni.
Una strategia conservativa, non c’è dubbio, ma decisamente più conveniente rispetto alla prospettiva di scomparire. “Schlein ci dispiace, ma facci lavorare – è più o meno il messaggio –abbiamo famiglia”. Provate a dargli torto.