

di Peppe Papa
Se il Molise, come dicono i sondaggisti, è l’Ohio d’Italia, cioè lo Stato americano che anticipa l’esito delle elezioni presidenziali a venire, per il centrosinistra nostrano si mette davvero male.
La vittoria schiacciante del candidato del centrodestra il forzista, Francesco Roberto alla presidenza della piccola Regione del sud è l’ennesima dimostrazione dell’inconsistenza dell’opposizione nel confronto con la destra al governo di Giorgia Meloni.
L’asse Pd-M5S non funziona, nonostante l’insistenza del nuovo corso Dem di Elly Schlein, alla disperata ricerca di una forma di fusione con i pretoriani Cinquestelle di Giuseppe Conte, a sua volta impegnato a divincolarsi dall’abbraccio tentato dal Nazareno.
Al momento, sembrano la somma di due debolezze incapaci di incidere, preoccupate solo alla propria sopravvivenza.
Il Pd ha accettato di appoggiare, senza troppe discussioni, il candidato del Movimento, Roberto Gravina (sindaco di Campobasso), pur sapendo che non aveva molte chance di successo, solo per compiacere la fiducia del leader pentastellato che su queste elezioni puntava fortissimo, convinto di spuntarla, spendendosi in prima persona.
Il risultato è stato che il M5S non è arrivato al 10% e anche il Pd se l’è vista brutta.
Dunque, anche nel sud profondo, nonostante la soppressione del reddito di cittadinanza, quelli che ancora vanno alle urne votano a destra che in questo momento, malgrado le tensioni sul Mes, le divisioni sull’Ucraina e il caso Santanché, gode della loro massima fiducia. Basterebbe questo per insinuare qualche dubbio sulle reali capacità di comprendere il presente da parte dell’attuale classe dirigente del nuovo Pd.
Da Conte e dai suoi “scappati di casa” non ci si aspetta nient’altro che il tentativo di sopravvivere a se stessi, cercando ogni volta di acconciarsi alla situazione, muovendosi in quello spazio indistinto di populismo e radicalismo di sinistra, sperando che duri il più a lungo possibile.
Da Schlein e il suo partito, secondo nel Paese dopo Fdi, sarebbe auspicabile invece uno scatto di reni, uscire dall’equivoco di essere tutto e niente e diventare adulto.
Recuperare, in poche parole, le ragioni identitarie del riformismo alla base della sua fondazione, quelle che gli hanno permesso, in un modo o nell’altro, di essere al governo del Paese per almeno due lustri e che via via ha perso per strada, fra scissioni, abiure, lotte intestine e assuefazione al potere.
Il nodo da sciogliere è questo, senza girarci intorno. Anche a costo di una nuova scissione, queta volta definitiva. Inutile tenere insieme ciò che insieme non può stare.
Il Pd decida cosa vuole essere e lo affermi chiaramente, pure a costo di continuare a perdere per i prossimi dieci anni, non c’è alternativa tra massimalismo e liberalismo democratico. E i riformisti del partito, facciano altrettanto, escano dalla comfort zone del silenzioso sottopotere, prendendo posizioni inequivocabili circa la loro collocazione politica. In caso contrario, nessuno si lamenti di Giorgia, chissà per quanto, “mamma della patria”.
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Ad un partito come Italia Viva, che si pone in una posizione che richiama la linea politica che fu di De Gasperi-Fanfani-La Pira-Moro- Zaccagnini, quindi moderati di centro con lo sguardo a sinistra, impegnati a riunire i liberalriformisti in antitesi alla destra populista e alla sinistra massimalista neo-post-comunista, la decadenza e la progressiva inutilità del PD dispiace molto. Come lo avevano pensato Romano Prodi e Valter Veltroni il PD avrebbo potuto essere, ora, l’altra faccia del riformismo, interprete di una linea sostenuta in passato da Donat Catin (la sinistra DC), dalle Acli, dalla CISL vale a dire da quel mondo cattolico serio interprete del mondo del lavoro (occupati-disoccupati-in attesa del primo lavoro) oggi molto trascurato. PD e Italia Viva avrebbero potuto essere il perno di un rinnovamento politico, laico, anche se molto attento all’insegnamento di papa Francesco, con una intelligente e realistica visione europeistica, cioè con un progetto per un’Europa meno burocratica, non solo impegnata a unire le economie, ma a unire le politiche proiettandole verso gli Stati Uniti d’Europa, garanzia di pace per gli europei, ma punto di equilibrio tra le grandi potenze. Ma questo disegno, per l’appiattimento del nuovo PD sui grillini contiani, rovina il progetto, oltre a tradire i riformisti e i cattolici rimasti in quel partito.