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“Campo largo”, la riscossa di Conte: io federatore, gelo Schlein

Fa lo schizzinoso e gli vanno tutti appresso, anche solo per parlarne male, nel frattempo pensa in grande e punta a essere il capo dell’opposizione, così come gli era stato promesso

di Peppe Papa

Gli avevano fatto credere di essere, copyright dell’ex segretario del Pd Nicola Zingaretti, “il punto di riferimento fortissimo dei progressisti”, poi le cose sono andate come sono andate e si è trovato da un giorno all’altro ad essere uno qualsiasi dei partner del “campo largo” vagheggiato, con mai doma perseveranza, dai vertici del Partito democratico e destinato a diventare la trappola mortale del Movimento, da lui tanto faticosamente conquistato.

Giuseppe Conte, ormai leader incontrastato del M5S, se l’è legata al dito e, perso per perso, ha giocato la sua partita dispiegando tutto il potenziale populista a sinistra della sinistra, per niente preoccupato del nuovo corso massimalista dei dem di Elly Schlein, a difendere la posizione evitando la scomparsa che tutti davano per scontata. E ha avuto ragione, dimostrando soprattutto a sé stesso, di non essere un pivello senza ‘attributi’.

Con il Pd, il suo Movimento se la batte quasi alla pari, la distanza è di pochi punti percentuali, segno che non è riuscita l’operazione di riconquista dei voti immaginata dalla nuova ‘Ditta’, e continua ad essere corteggiato da tutta la schiatta del Nazareno, segretaria in testa. Fa lo schizzinoso e gli vanno tutti appresso, anche solo per parlarne male, nel frattempo pensa in grande e punta a essere il capo dell’opposizione, così come gli era stato promesso. E questa volta, solo per merito suo.

Serve un federatore”, ha confessato a Repubblica durante una pausa dei lavori della Camera. “Non siamo come il centrodestra che per vent’anni ha avuto Silvio Berlusconi”, ha detto, e se si va in ordine sparso è fondamentalmente per questo motivo. L’intesa sul “salario minimo” è stato solo un episodio su “un tema specifico” ha rimarcato, sulla Sanità ad esempio “è molto diverso, noi abbiamo proposte articolate, Calenda vuole regalare due miliardi ai privati, al massimo potremo trovare delle convergenze su alcuni articoli”.

Niente ammucchiate, dunque, e al momento ognuno per la sua strada, si va avanti così fino alle europee, passando per alcune ammnistrative in primavera, che nelle previsioni non dovrebbero sconvolgere gli attuali rapporti di forza del quadro politico italiano. La sfida vera sarà quella delle politiche e servirà mettere in campo qualcosa di più serio che un abborracciato catello elettorale senza alcuna chance di successo.

Per questo c’è bisogno di un capo riconosciuto da tutti che non può essere la Schlein, nonostante diriga il principale partito del fronte gauche, specialmente se il suo principale antagonista continua ad avere un peso specifico che rende impossibile qualsiasi cooptazione.

Non sarebbe la prima volta, in fondo, che per ragioni di realpolitik, a guidare la coalizione sia il capo del partito meno forte e l’uomo ha dimostrato notevoli doti camaleontiche, non avrebbe difficoltà a calarsi nel ruolo, anche se dovesse comportare dei pesanti condizionamenti.

Fare da semplice front men non è una cosa che lo deprime, lo ha già fatto e si è impadronito di un partito, potrebbe ripetere l’opera conquistando il fronte progressista, tutto è possibile in questo mondo accelerato dove vince chi è più bravo ad apparire.

Di certo ha fatto il presidente del Consiglio con due governi di segno opposto emergendo dal nulla cosmico. Nessuna lo conosceva prima di mettere piede a Palazzo Chigi, oggi dà le carte. Schlein, Calenda, Fratoianni, Bonelli e Più Europa prendano nota.

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