

di Peppe Papa
Finalmente è finita, la campagna elettorale per il parlamento Ue, una delle peggiori che si ricordino, va in archivio e, almeno fino a domenica sera, resteranno in silenzio pure i protagonisti politici che hanno animato la contesa. Parleranno le urne, sperando che siano piene – su questo, le previsioni sono pessime – che ci consegneranno la mappa della nuova Europa e delle sue istituzioni per i prossimi cinque anni, in un contesto storico epocale per gli equilibri geopolitici mondiali.
L’Unione europea dovrà decidere, insomma, di diventare adulta, una Federazione che parli una voce sola, sia al suo interno che, soprattutto, all’estero dove si gioca la partita più importante per il futuro del pianeta. Tema, questo che avrebbe dovuto essere al primo posto nel dibattito politico nazionale e che invece, salvo alcune eccezioni, si è abbandonato al solito teatrino becero della caccia al voto, comunque sia.
In particolar modo le ultime settimane di campagna sono state un progressivo decadimento di messaggi e comunicazione, rasentando spesso, senza ritegno, il ridicolo. Come l’ex sindaco di Parma, Pizzarotti che si è tuffato nel fiume Tanaro per mantenere fede alla promessa fatta nel caso Renzi fosse riuscito ad allearsi con Più Europa. Oppure Conte e Santanchè che, al culmine di un litigio all’ultimo tweet, sono arrivati ad accusarsi a vicenda di essere degli ubriaconi.
Poi, lo stop alla cannabis light di Lollobrigida che “la canna, se te la devi fa’, fattela bene!”. Il vino di Vespa, selezionato tra quelli serviti su Trenitalia con il sospetto di essere stato raccomandato. L’ineffabile Borghi della Lega e l’invito a dimettersi, rivolto a Mattarella, perché poco sovranista come la Costituzione comanda. Infine, e ci fermiamo qui solo per pietà, Meloni che confessa, a proposito di “premierato”, che non è un referendum su sé stessa e che, se perde, rimarrà al suo posto per tutta la legislatura. Ci mancherebbe.
Per non parlare dei leader dei partiti candidati in prima fila che hanno già dichiarato che nin andranno a Bruxelles una volta eletti e che il loro impegno è solo quello di traino della lista d’appartenenza e, del personale politico che faranno sbarcare a Strasburgo, ne sanno poco, o niente. Gli unici a smarcarsi da questo andazzo sono stati i due Matteo, Salvini e Renzi, il primo per il timore di una brutta figura, il secondo perché gli è chiaro che il futuro del Paese si gioca in chiave continentale, e deve esserci.
Dopo le 23 di domenica sapremo come è andata a finire, quanti parlamentari dei 76 spettanti all’Italia toccheranno ai vari partiti, chi ce l’ha fatta e chi resterà fuori. La speranza è che nella Capitale Ue approdi gente competente e sinceramente europeista, convinta assertrice dei valori occidentali alla cui difesa è demandato il proprio impegno. È il criterio che dovrebbe guidare i cittadini nella scelta dei candidati, anche se la competizione elettorale non è stata all’altezza. Incrociamo le dita.