

di Peppe Papa
Italia Viva esiste perché Matteo Renzi lo ha pensato, voluto, fondato e guidato. È il suo partito, il leader riconosciuto cui finora nessuno è riuscito a strappare lo scettro del comando. Troppo bravo lui e troppo scarsi gli aspiranti competitor, quasi tutti appartenenti alla sua stretta cerchia, che a un certo punto, vittime di una fatua vanità personale, ne hanno messo in discussione l’autorità con scarsa fortuna. Per loro non c’è stata altra scelta che quella di andare via sbattendo la porta, nella maniera più fragorosa per strappare qualche titolo di giornale.
Avete più sentito parlare di Pippo Civati, Matteo Richetti, Luca Lotti, Ettore Rosato, Elena Bonetti? Tanto per citarne qualcuno, senza parlare degli ex ‘amici’ riformisti rimasti nel Pd, dove impalpabili formano una corrente senza grande voce in capitolo. Insomma, non si è leader per volontà divina, serve quel che la buonanima di Berlusconi chiamava “il quid”, vale a dire il possesso di capacità affabulatorie, visione politica e propensione alle sfide, anche quelle che paiono impossibili.
Tutti, tra quelli che ci hanno provato, si sono scontrati contro questo fatto incontestabile e nessuno di loro ha mostrato di avere i numeri per metterlo in discussione. Anche se i tentativi non si sono fermati, soprattutto quando Renzi ha fatto Renzi, tirando fuori dal cilindro la mossa che non ti aspetti e che spariglia le carte. Come la scelta ultima di rientrare nel centrosinistra a trazione Pd, cogliendo al volo l’offerta della segretaria Elly Schlein di far cadere ogni veto nei suoi confronti. E le cui ragioni, non hanno convinto, un altro dei suoi fedelissimi, Luigi Marattin che ha annunciato ieri il suo addio.
In una conferenza stampa alla Camera, insieme ad altri quattro dirigenti territoriali di Iv, ha spiegato i motivi della separazione riguardanti proprio l’adesione al campo largo decisa dal presidente del partito, contestandola “nel merito e nel metodo”. La decisione doveva essere presa in un congresso ha sostenuto Marattin e non nell’assemblea nazionale a schiacciante maggioranza renziana, come d’altronde lo è quella al congresso, tra l’altro già convocato. Un pretesto, dunque, per salutare e dedicarsi ad altro, che è poi la solita solfa, ormai ammuffita, della costruzione del fantomatico “Terzo Polo”.
“A Bruxelles è in corso la conferenza stampa di divulgazione del rapporto Draghi – l’ha presa alla lontana l’ex deputato di Iv – A questo punto, nel panorama politico italiano, non c’è un partito che abbia quell’agenda lì. Tutto quello che aveva costituito il programma del fallito Terzo Polo e che vede in un partito liberal democratico riformatore il suo specchio politico, quel campo è sguarnito in Italia”. Per questo motivo ha annunciato la nascita di una ennesima Fondazione di ispirazione liberal democratica, “Orizzonti liberali” si chiama, con l’obiettivo di puntare a formare un partito. E già che c’era ne ha approfittato per fare un po’ di pubblicità al suo libro in uscita dove è spiegato “perché c’è bisogno di un partito liberale nel nostro Paese”.
Buona fortuna verrebbe da dire, legittimo avere certe ambizioni, anche se si prevede un altro suicido politico. Un vero peccato, Marattin ha dimostrato di essere uno capace, soprattutto sulle questioni economiche, serio e competente, ma da mesi si preparava al gran passo, finché il momento è giunto. Meglio sarebbe stato per lui, probabilmente, se avesse portato la battaglia fino in fondo nel partito, anche sapendo di perderla; più utile una voce di dissenso interna che inascoltato player nell’affollato talk della politica italiana. Non un buon viatico, insomma, per chi aspira a farsi leader. Ma tant’è.