

di Peppe Papa
E anche l’ultima richiesta di dimissioni, con annesso voto di sfiducia in parlamento, per un Ministro del governo presentata dall’opposizione, è finita archiviata nel cestino degli scarti della politica italiana. Insomma, una inutile perdita di tempo che si è consumata in una ridicola sceneggiata alla Camera, dove la discussione si è persa su storie di borsette taroccate, tacchi a spillo, abiti di lusso e l’invidia dei poveri per i ricchi.
Daniela Santanché, nonostante la freddezza di Giorgia Meloni e del suo partito, sapeva già come sarebbe andata a finire e ha affrontato la platea dei parlamentari con il piglio della combattente, indifferente ai fendenti degli avversari e quelli pure di qualche amico. Pd e compagnia, sono stati al gioco, anzi Elly Schlein e Giuseppe Conte, ne hanno approfittato per rubare un po’ di scena mediatica. Interventi di cui già si è persa memoria, pure questo ampiamente previsto.
Nel frattempo, il mondo è alle prese con uno stravolgimento degli equilibri geopolitici epocale – stanno saltando regole, trattati, usanze, diritto internazionale -, innescato dalla elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e dalla sua destabilizzante irruzione sullo scenario politico internazionale. In questo quadro si gioca il prossimo futuro è su queste cose che i cosiddetti progressisti e i sedicenti liberali, dovrebbero discutere e interrogarsi, altro che Santanché e i suoi guai giudiziari, su cui deciderà prima o poi la magistratura.
Andrebbe affrontato ad esempio, caso mai se ne ricordassero, il caso di un altro Ministro, Matteo Salvini che, casualmente, è anche vicepremier, il quale è diventato più trumpiano di Trump, mentre putiniano lo è sempre stato, che parla apertamente di “Meno Europa, più libertà”, di fine delle sanzioni contro la Russia e afferma il diritto a governare dei neonazisti tedeschi di Afd, nonostante il parere contrario della stragrande maggioranza dei cittadini della Germania.
Sta con il nemico, è evidente, e questo sarebbe un problema anche per i suoi stessi alleati di governo, una crepa aperta tra gli imbarazzi e il silenzio di Meloni e il po’ meno impacciato Antonio Tajani trincerato dietro lo scudo del Ppe. Ce ne sarebbe abbastanza per l’opposizione chiedere conto di questa palese contraddizione che riguarda l’esecutivo e il posizionamento del nostro Paese nel nuovo scenario, invitando Salvini a venire a parlarne in Aula.
Aprire una discussione su questo sarebbe indispensabile, anche in considerazione della ferma posizione assunta dal Quirinale, invece, si nicchia. Eppure la politica estera dovrebbe essere uno dei punti qualificanti di una coalizione che si propone come alternativa all’attuale maggioranza. Ma come risaputo, non c’è unità di vedute nel variegato fronte del centrosinistra, meglio tergiversare per non affrontare il problema che potrebbe guastare l’umore di qualcuno dei presunti contraenti.
Si sa che Conte, amico di Trump e Putin, sostenuto dall’ideologo del Fatto, Marco Travaglio, non perde occasione di dare addosso ai Dem e alla loro segretaria, bollandola come guerrafondaia e accomunandola a Meloni nel sostegno all’industria dei fabbricanti di morte delle armi. Per Schlein, forse, è giunto il momento di chiarire questa storia dei rapporti con il M5S, non rimandare a quando sarà il momento delle elezioni. Sarebbe troppo tardi.