

11-4-2025-alanews
di Alfio Mancini
Fare ammuina, come ordinava l’ufficiale della Real Marina borbonica al suo equipaggio, per confondere l’avversario circa le proprie reali forze e dimostrare di essere vivi, pronti al combattimento. Una tattica che, il segretario della Cgil Maurizio Landini, ha fatto sua e con la quale sta caratterizzando la guida politica del più grande sindacato italiano.
La battaglia scatenata contro il job acts, nella quale è riuscito a trascinare anche il Pd all’epoca principale artefice dell’approvazione della legge sul lavoro, è l’esempio di quanto, la verve del “pifferaio magico” cigiellino, gli assicuri la scena e ne alimenti le aspirazioni da leader di tutta la sinistra.
Che poi, del dispositivo renziano, già non sia rimasto quasi più niente e la sua abrogazione riporterebbe indietro il mondo del lavoro almeno di una decina d’anni, non migliorandone le condizioni, e contraddicendo i dati più recenti forniti da Inps, Inail e Istat su una serie di buone notizie sul fronte occupazione in Italia, nulla da dire: conta il messaggio, fare movimento.
Dei cinque quesiti referendari, su cui sono chiamati a esprimersi i cittadini, ben quattro riguardano appunto l’abrogazione della legge varata dal governo Renzi, allora anche segretario del Pd schierato pancia a terra con lui. Ma è fumo negli occhi, ammuina, presentati in maniera frettolosa facendo intendere che la vittoria dei sì, riportrebbe in auge il vecchio articolo 18 dello statuto dei lavoratori cancellando il job acts.
La faccenda, naturalmente, è più complessa e una eventuale vittoria del fronte del sì, al momento data a zero causa quorum, potrebbe avere effetti concreti praticamente irrilevanti rispetto a quelli annunciati, anzi. A partire dal primo quesito, quello riguardante la cancellazione del contratto a tutele crescenti e delle norme sui licenziamenti che permettono di non reintegrare un lavoratore licenziato in modo illegittimo.
In realtà, la legge del 2015, è stata rimaneggiata più volte perdendo le sue originali prerogative. Il governo Conte I, quello giallo-verde per intendersi, ha aumentato l’indennizzo massimo in caso di licenziamento da 24 a 36 mesi. La Corte costituzionale è intervenuta, invece, più volte, sia sulle possibilità di reintegro, sia eliminando la parte relativa all’entità dell’indennizzo calcolata sull’anzianità di servizio.
In pratica, il contratto a tutele crescenti a cui si fa riferimento nel quesito referendario, non esite già più. E abrogare la disciplina dei licenziamenti illegittimi del job acts, non significa tornare al vecchio caro articolo 18, come la racconta Landini con il coro unanime dei suoi alleati, ma alla precedente modifica, cioè alla legge Fornero del 2012, governo Monti, che prevedeva, nel caso, solo un risarcimento in denaro.
Per quanto riguarda il secondo quesito, che chiede di eliminare il tetto massimo di sei mesi di indennità che può essere riconosciuta ai lavoratori licenziati ingiustificatamente nelle piccole aziende, la proposta è che a deciderlo sia un magistrato, chiamato a pronunciarsi in base a criteri come la capacità economica dell’azienda, la gravità della violazione e l’età del lavoratore. Insomma, nessuna certezza, è tutto a discrezione del giudice, sperando sia ‘clemente’.
Il terzo quesito, poi, è il massimo della mistificazione senza pudore, si chiede, infatti, l’abrogazione delle regole sui contratti a termine contenuto in uno dei decreti del job acts, ma in realtà la disciplina è stata riveduta e rimaneggiata più volte nel corso degli anni e dei governi. Prima da quello Monti, poi Letta che hanno allentato le maglie dei contratti a termine, fino alle recenti riforme del governo.
Alla fine, si è passati dall’esecutivo Renzi che ampliava la possibilità dell’utilizzo dei contratti a tempo determinato, al “decreto dignità” del Conte I, che ha reinserito rigidi paletti per le aziende, poi parzialmente rimossi da Draghi e, in ultimo, da Meloni. Renzi e il suo governo, dunque, non c’entrano più niente, ma fa audience, chissà che non si mobiliti il popolo degli antipatizzanti, che sono tanti, del senatore fiorentino.
L’obiettivo del referendum, naturalmente, sarebbe quello di limitare il ricorso a questo tipo di contratti e ridurre la precarietà, ripristinando l’obbligo per i datori di lavoro di indicare la “causale”, anche per i contratti inferiori a un anno. In sostanza si tornerebbe a una disciplina molto simile a quella vigente dal 2001 al 2012. Praticamente fuori giro rispetto alle dinamiche di sistema dell’economia italiana e continentale. Di Vittorio, Lama, Trentin si staranno rivoltando nella tomba davanti a un tale scempio.
Infine, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, questione urgente di fronte al numero dei morti sul lavoro, una vera piaga. L’obiettivo è aumentare la responsabilità dell’azienda committente, in caso di infortuni o malattie professionali dei dipendenti in appalto che eseguono le opere. Questo, il quarto, è l’unico quesito, a parte quello sulla cittadinanza, che meriterebbe un sì convinto. Forse ci è capitato per caso, l’emergenza d’altronde è incontestabile, una cosa seria per cui battersi.