

di Vittorio Keller
I riformisti del Pd battono un colpo e si schierano apertamente contro l’indicazione della segretaria, che aveva lanciato l’abiura e la minaccia di vendicarsi con l’esclusione dalle prossime liste elettorali, annunciando a mezzo stampa che voteranno “solo due sì al referendum”, quello sui subappalti e l’altro sulla cittadinanza.
Un atto di insubordinazione che era nell’aria da tempo e che la presa di posizione del partito sui cinque quesiti referendari, di cui ben quattro sul lavoro, ha fatto esplodere in maniera fragorosa. Non ci stanno a rinnegare, come vorrebbe Schlein, il proprio passato e si asterranno sugli altri che riguardano il job acts “misura introdotta dieci anni fa dal Partito Democratico – hanno ricordato – che rimane l’ultimo provvedimento organico sul lavoro approvato in Italia per armonizzare la nostra disciplina a quella degli altri paesi Ue, ispirato alle migliori esperienze giuslavoriste delle socialdemocrazie europee”.
La lettera aperta inviata a Repubblica è stata sottoscritta dal presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, dalla vicepresidente dell’europarlamento Pina Picierno, dall’europarlamentare Giorgio Gori, dalle deputate dem Marianna Madia e Lia Quartapelle, e il senatore Filippo Sensi, il gotha della corrente, in pratica, tranne Alessandro Alfieri che però fa parte della segreteria. Ci hanno voluto mettere la faccia sfidando apertamente la leader.
“Per restituire dignità al lavoro – hanno rimarcato – servirebbero, invece, le politiche attive previste dal Jobs act e non realizzate”, un punto di vista esattamente all’opposto di ciò che pensano al Nazareno, preoccupati più di tenere insieme una fragile coalizione con M5S e Avs, piuttosto che le sorti di lavoratori e mercato del lavoro.
Secondo i moderati Pd servirebbe “un grande investimento in formazione e aggiornamento dei profili professionali”, in sostanza un nuovo patto che tenga insieme “innovazione, produttività, salari e una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese”. Una impostazione, dunque, molto distante dal movimentismo ‘gauche’ del nuovo corso Pd.
“Va bene – hanno concesso – la legge sul salario minimo negata dalla destra, ma ciò che non serve è agitare un simulacro fuori tempo con un dibattito che distrarrà l’attenzione dai veri problemi, oltre creare divisioni in campo progressista sindacale (Cisl contraria, Uil per la libertà di voto)”. Pertanto, ci saranno al referendum, “non solo perché un diritto-dovere costituzionale”, hanno concesso, ma perché la partecipazione “è il cuore della democrazia”.
Insomma, non vogliono intestarsi una sconfitta, quasi certa, per il mancato raggiungimento del quorum, proprio loro, per i quali la consultazione, come hanno spiegato, proprio non ci doveva essere; ma sia chiaro come la pensano: “nessuna resa dei conti con il passato”. Ed è un bel problema per Schlein sentirsi accusata di svendere una parte della storia del partito, di quando alla sua guida e a Palazzo Chigi c’era Renzi, unico in grado di portare i dem sopra il 40%, per un’alleanza che non decolla.
Per il momento ha incassato il colpo e ha evitato, con i suoi, reazioni a caldo, ma non potrà far finta di niente. Probabilmente se ne uscirà con qualche dichiarazione ferma, ma conciliante, un po’ alla democristiana, per usare un eufemismo, che non si addice allo stile del personaggio, ma è per rendere l’idea. Nel frattempo, avrà annotato i nomi dei “traditori” che non mancherà di additare, comunque, come tra i colpevoli della debacle, anche da lei data per certa.
Il prodomo per dare il via alla rottamazione di renziana memoria che ha in mente, l’occasione per chiudere i conti con la minoranza e liberarsi della presenza ombra dei maggiorenti interni che l’hanno aiutata a conquistare il partito. Che, intanto, hanno mangiato la foglia. “Game over” di una stagione, si è lasciato andare Guerini, favorevole al piano di riamo dell’Unione europea contestato apertamente dalla segretaria.
“Una brutale operazione di annientamento che finirà con il congresso”, ha affermato a denti stretti l’ex ministro cattolico Graziano Delrio. “Meloni è stata brava” (al termine del premier-time della settimana scorsa,ndr) ha fatto filtrare il potente e silente da mesi, Dario Franceschini. È gente, questa, che non si fa trovare impreparata, e tutto è possibile.
Soprattutto se le prossime scadenze elettorali, Genova e le regionali, dovessero finire come spera Schlein, cioè con l’affermazione nel capoluogo ligure e la vittoria 4 a 1 nelle Regioni. A quel punto, non c’è dubbio, andrà subito a congresso e primarie anticipate, anche se la questione potrebbe essersi risolta prima con un’altra scissione. Non sarebbe una novità a sinistra e, in particolare, per i dem.