

di Serena Cirillo
Chi è Assunta Migliaccio? Un’eroina ottocentesca, o una povera disgraziata? Di certo una popolana napoletana del quartiere Sanità, forte e risoluta, che vive il momento più drammatico della sua vita la notte del 7 settembre 1860, in occasione della famosa festa di Piedigrotta che quell’anno coincide con l’entrata in città di Garibaldi e la conquista del Regno. Su di lei Maurizio Ponticello, eccellente scrittore di romanzi storici con una passione per il thriller, ha scritto il monologo ad hoc inserito nella rassegna “Il sogno Reale. I Borbone di Napoli” nell’ambito del Campania Teatro Festival.
Il progetto, nato da un’idea di Ruggero Cappuccio, intende istituire un osservatorio sulla dinastia borbonica per approfondire il periodo storico più importante per Napoli e tutto il Regno delle Due Sicilie a prescindere dai luoghi comuni e dalle opinioni, spesso contrastanti, sull’argomento. Si tratta di una dinastia che ha lasciato un’enorme eredità storica, artistica, architettonica, scientifica alla nostra terra, le cui tracce sono presenti ancora oggi in ogni espressione della cultura partenopea e meridionale.
Il periodo storico va dalla salita al trono di Carlo III (1734) fino a concludersi con la deposizione dell’ultimo re dei Borbone, Francesco II con l’unità d’Italia. I palazzi Reali, le industrie siderurgiche, le seterie, le collezioni d’arte, le importanti strutture sociali per i poveri, le scuole militari, l’impulso ai conservatori, l’inizio degli scavi archeologici a Pompei ad Ercolano, il potenziamento delle navigazioni, dell’edilizia e della sanità pubblica, rendono questo periodo estremamente interessante, avendo apportato enormi cambiamenti nel tessuto urbano del Regno, con conseguenze importanti da tutti i punti di vista.
L’epoca borbonica rivive al Campania Teatro Festival attraverso 5 racconti di altrettanti autori del calibro di Maurizio de Giovanni, Anna Marchitelli, Valeria Parrella, Maurizio Ponticello, Giuseppe Rocca, messi in scena da 5 tra attori e attrici differenti, rispettivamente: Anna Buonaiuto, Claudio Di Palma, Anna Foglietta, Antonella Stefanucci, Milena Vukotic.
Ognuno ha fornito la propria visione e si è concentrato su un momento o un aspetto particolare di quel periodo storico. Maurizio Ponticello, mediante la voce della talentuosa Anna Foglietta, ha deciso di fornire uno spaccato dell’epoca scegliendo per il suo racconto una ricorrenza particolare: la festa di Piedigrotta del 1860, anno che segnò la fine del Regno delle Due Sicilie e una svolta nella vita di Assunta Migliaccio, la protagonista.
E’ un monologo a due voci, una interiore, intima e personale, quella della donna che riflette tra sé e sé, ed una che racconta la vicenda in una deposizione davanti al giudice. Un lavoro complesso per l’attrice che deve sdoppiarsi tra l’io intimo e l’io narrante, un monologo che si sviluppa su due binari paralleli in un’atmosfera da thriller in cui la tensione cresce man mano che affiorano tematiche storiche, sociali e antropologiche, oltre a quelle personali.
Capillare e ricca di dettagli è la descrizione della festa di Piedigrotta, anch’essa oggetto di uno sdoppiamento. Da una parte la ricorrenza nel 1860, oggetto della testimonianza in tempo reale, cruda e spietata; dall’altra quella dei tempi del fidanzamento di Assunta con l’amato marito defunto, piena di romanticismo e nostalgia. Poi c’è l’introspezione psicologica e l’esternazione dei sentimenti e sensazioni della donna che racconta con estrema lucidità violenze e crimini efferati, sia visti che subiti.
E’ struggente e commovente l’interpretazione della Foglietta, che rappresenta Assunta Migliaccio in maniera talmente credibile da trasfigurarsi. Lascia il pubblico col fiato sospeso per un’ora intera senza mai abbassare la tensione, inducendolo a molte riflessioni su questioni delicate, sia personali che universali.
L’attrice romana ma di origini napoletane, nota per i suoi ruoli in numerosi films per il cinema e la TV, ha alla base un lungo percorso teatrale in opere di celeberrimi autori napoletani come De Filippo, Scarpetta e Petito. Si destreggia con maestria nel vernacolo ottocentesco che, sebbene semplificato dall’autore, presenta non poche difficoltà nella pronuncia e nel ritmo.
Ispirato al suo saggio del 2009 intitolato “I misteri di Piedigrotta”, che gli valse il premio Domenico Rea, questo monologo ha un significato importante per Ponticello. All’epoca della sua pubblicazione il saggio fu molto apprezzato dal grande Roberto De Simone, considerato dall’autore uno dei suoi primi maestri, che si entusiasmò a tal punto da curarne la presentazione.
Lo scorso inverno, durante la stesura dell’attuale racconto, l’autore è stato raggiunto dalla notizia della morte del Maestro, al quale ha deciso di dedicarlo. “E’ come un cerchio che si chiude– ha affermato – Piedigrotta è un tema centrale nel mio rapporto con Roberto De Simone, il leit motif della nostra collaborazione a cui sarò sempre particolarmente legato perché mi ha portato fortuna prima col premio Domenico Rea, poi con la partecipazione al Campania Teatro Festival. E sono sicuro che non si fermerà qui, ma avrà ulteriori sviluppi nell’ambito della letteratura teatrale”.
3 Comments
Ormai…….ti lascio leggere con fluidità, brava Serena veramente complimenti
Antonio
Grazie
Articolo molto interessante!