

foto di Christophe Raynaud
di Chiara Sacco
Un viscerale monologo performativo definito “theatre in progress” in cui la corsa circolare messa in scena, quotidiana e costante, diventa un movimento poetico e politico e riporta sul palco un teatro non solo di rappresentazione ma di spazio d’azione e reazione contro le censure e le restrizioni. Tutto questo è “La corsa” di Hanane Haji Ali a teatro, alla Sala Assoli di Napoli, nell’ambito del Campania Teatro festival, mercoledì scorso con lo spettacolo “Jogging”, ideato, scritto e portato in scena daHanane Hajj Ali.
La corsa della protagonista attraversa le strade di Beirut. Man mano che un piede supera l’altro, che i passi si fanno gesto spontaneo, al corpo in allenamento vengono affiancati pensieri magmatici, a loro volta messi alla prova, che con fatica ma slancio si fanno strada in percorsi dettati da tabù, pregiudizi, orrori, e cercano di trovare la propria via d’uscita, il proprio sentiero per la libertà.
La libertà in questo caso diventa necessità e conquista in un Paese come il Libano, patria e terra madre dell’artista, dove il teatro è soggetto a permessi arbitrari, Hajj Ali sfida la censura. Il suo spettacolo viene portato direttamente nelle strade, senza consenso, senza biglietto, senza visto, liberando così la performance, rendendola clandestina, inafferrabile eppure così radicale, radicata. La sua città diventa il palco, i suoi abitanti, sempre diversi, il pubblico, che prende nazionalità in questo luogo che sfida ogni confine, ogni limite non valicabile.
Un monologo fatto da donne: Hanane e le sue personali vicende di vita, che diventa personaggio oltre che persona e Yvonne e Zahara, riflettendo sul mito di Medea, si interrogano su quanto esso possa ancora offrire strumenti per comprendere la condizione femminile oggi, in particolare nel contesto complesso di un Paese mediorientale come il Libano.
La conclusione della piecd è un atto di resistenza umana e politica, affidato alle parole toccanti della poetessa somalo-britannica Warsan Shire: “Nessuno mette i propri figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.”
Versi che risuonano come un grido singolo e collettivo di chi fugge e lascia la propria casa non per scelta, ma per sopravvivenza, perché se casa non è più un luogo sicuro l’altrove diventa l’unica, incerta, frastagliata strada percorribile, ed è proprio ciò che fa questo spettacolo. Ti mette in bilico, ti lascia al confine, ti fa entrare, ti lascia con dubbi, i luoghi incerti in cui le speranze possono essere coltivate, in cui le utopie sono possibili.
Questo è “Jogging”: un racconto frammentato e potente, restituito con essenzialità. E’ un corpo in movimento tra l’intimo ed il politico che attraversa la vita e la morte senza paura ed il corpo dell’artista stessa si fa così linguaggio, spada, scudo.(
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Descrizione efficace di uno spettacolo con tematiche molto impegnative