

di Peppe Papa
La rottura non è ufficiale, ma lo strappo è visibile a occhio nudo. Vincenzo De Luca, abituato a governare la Campania come fosse un feudo personale, incassa una sonora tirata d’orecchie dal suo assessore all’Agricoltura, Nicola Caputo. E non da un assessore qualunque: parliamo di un politico con un bottino da 44.020 preferenze alle ultime Europee, capace di parlare anche a mondi non proprio vicinissimi al centrosinistra. Uno che, se volesse, troverebbe comodi divani pronti ad accoglierlo in più di un salotto politico.
Caputo, uomo pragmatico e con un certo gusto per la diplomazia, stavolta mette da parte i convenevoli. Sul suo profilo Facebook pubblica un manifesto politico che, tradotto dal burocratese istituzionale, suona così: basta con le decisioni prese in una stanza chiusa, basta con i nomi calati dall’alto, basta con il “decido io” del governatore. Il riferimento alla candidatura di Roberto Fico è trasparente come un bicchiere d’acqua.
“Viviamo un tempo complesso”, scrive, e già qui sembra infilare un colpo di fioretto: mentre il mondo affronta crisi globali e transizioni epocali, in Campania si discute di equilibri personali e di successioni come in una telenovela sudamericana. Caputo insiste: “Non possiamo permetterci tatticismi di corto respiro”. Traduzione: il governatore ha ridotto la politica regionale a una partita a scacchi giocata, alla fine, contro sé stesso. A niente serve avere assicurato, e manco è detto, l’approdo del figlio Piero al vertice del partito regionale: se ci crede, è un illuso.
Il passaggio “Io non ci sto” non è solo una dichiarazione d’intenti: è un cartello luminoso. Il suo “basta personalismi” sembra scritto per essere proiettato direttamente sulla facciata di Palazzo Santa Lucia. Caputo parla di contenuti, visione, futuro, ma non lesina stoccate: la “discussione sterile” che denuncia è esattamente quella che De Luca ha alimentato, blindando ogni scelta dietro la formula magica della “continuità”, senza mai dire cosa significhi davvero.
La parte più velenosa? “Anche rispetto all’eredità del lavoro svolto… sarebbe stato utile aprire una riflessione seria, prima di chiudere ogni discussione”. Qui l’assessore picchia duro: non nega i risultati della giunta, ma rinfaccia al governatore di non aver voluto neanche fingere un confronto. È il ritratto di un uomo stanco di fare tappezzeria in un sistema dove il capo decide e gli altri applaudono.
“Molti mi chiedono: cosa farai?”, scrive Caputo, e sembra quasi divertirsi a lasciare il punto interrogativo in sospeso. Poi la zampata finale: “La Campania merita rispetto. Merita visione. Merita coraggio. Non giochi di potere. Non decisioni calate dall’alto”. Una chiusura che ha il sapore di un avviso: se nascerà un progetto “serio e credibile”, lui ci sarà. Magari dentro, magari fuori dal recinto di De Luca.
Per ora è un avvertimento. Ma uno di quelli che non si archiviano facilmente. Perché, quando a dirti “non ci sto” è un assessore con un capitale politico robusto e con la capacità di guardarsi intorno senza rimanere solo, il rischio è che presto non sia più soltanto un pezzo a mancare. E allora, per il governatore, il puzzle del potere potrebbe diventare un bel rebus.