

di Peppe Papa
Prodi lo ha detto chiaramente che questo Pd ha “voltato le spalle al Paese” ed è assolutamente incapace di costruire un’alternativa credibile alla destra. “Mi sembra che nessuno abbia voglia di vincere le elezioni” ha confessato a Massimo Giannini nel corso della trasmissione condotta dal giornalista sul Nove.
Il professore, però ha eluso il vero problema che assilla i Dem, quello cioè rappresentato da Matteo Renzi, l’ultimo vero leader del centrosinistra, con il quale stanno cercando di fare i conti dopo aver provato in tutti i modi di liberarsene. Una figura ingombrante, quella dell’ex segretario, che non ha mai smesso di proiettare la propria ombra sul partito tanto da condizionarne le scelte, in negativo, compiute a partire dal 2019.
Dalle primarie vinte da Nicola Zingaretti che inaugurarono la stagione del campo largo e la promozione di Giuseppe Conte, l’avvocato capo del M5S, a punto di riferimento del fronte progressista italiano, oltre all’abiura di quanto il Pd aveva detto, fatto o anche solo pensato durante la stagione renziana.
Da allora sono passati quasi sette anni, due legislature, due congressi e ben tre segretari, senza contare le elezioni perdute, comprese le ultime politiche in cui Enrico Letta, con il suo gruppo dirigente, riesce nell’epica impresa di prendere schiaffi da chiunque e correre con una micro-alleanza senza Cinquestelle e centristi, rimediando una sonora sconfitta che al Nazareno trovano il modo di scaricare su Renzi e i renziani della cui eredità si avvertono ancora gli effetti.
Fino ad arrivare ad oggi, a Elly Schlein, creatura di Letta, che ha radicalizzato il partito portandolo nelle braccia di un populismo antipolitico inconcludente e incapace di esprimere un’alternativa. E Renzi è ancora lì, con la sua Casa riformista, ospite poco gradito del “campo”, che tiene botta incassando con classe anche qualche sgarbo.
Come l’esclusione della sua lista, tra quelle in sostegno di Antonio Decaro per le regionali in Puglia, voluta da Michele Emiliano e dai due ras della regione, Conte e Francesco Boccia. Lui non si è scomposto, ha inserito alcuni dei suoi nella lista del candidato presidente e non ha fatto caciara. “Dobbiamo fare uno sforzo diverso: far diventare Casa Riformista il luogo del buon senso. Della proposta. Del sogno” ha scritto sulla sua e news settimanale.
Quel che conta è rimanere in partita, questo gli è chiaro, anche a costo di dovere ogni tanto passare la mano e ingoiare qualche rospo. Ha fiutato che qualcosa si muove nel magma politico nazionale, soprattutto al centro, presidiato a destra da Forza Italia e a sinistra ancora da nessuno, tranne dalla sua Casa, che resta aperta e non serve bussare.