

di Annalisa Pinto
Sono trascorsi appena una quindicina di giorni dal trionfo del centrosinistra in Campania e Puglia — con Elly Schlein che gridava vittoria e si proclamava “alternativa di governo”, eppure sembra passato un secolo. L’agenda è stata risucchiata dai dossier di politica estera: la guerra in Ucraina e il ritorno del dibattito sul riarmo hanno rimesso in moto faglie politiche che si sono allargate in fretta.
Sul fronte opposto alla sinistra il centrodestra mostra, almeno su questo, una sorprendente compattezza: la scelta di tenere insieme Europa e Stati Uniti è stata rilanciata anche da Palazzo Chigi, con Giorgia Meloni e i suoi vice, seppure con i soliti distinguo propagandistici, a ribadire la linea atlantista. Nel campo progressista, invece, la scena ha assunto contorni farseschi: ognuno parla la propria lingua, più o meno biforcuta, esprimendo concetti in larga parte incompatibili tra loro, e il risultato è il caos.
Carlo Calenda e Azione, pur non facendo parte della coalizione, sono schierati sulla posizione più netta a favore di Kiev, allineandosi alla linea dura che arriva da Parigi e Londra; Più Europa e Italia Viva di Renzi sono più o meno, salvo sfumature, sulla stessa linea. Il Movimento 5 Stelle contiano e la galassia verde-sinistra dei gemelli diversi Bonelli-Fratoianni dicono no a nuovi invii di armi e guardano con sospetto al piano generale di riarmo che ormai coinvolge buona parte dell’Europa.
In mezzo c’è il Pd, diviso come un condominio senza amministratore. Ci sono correnti vicine al M5S e all’area pacifista che imbracciano la bandiera del no, e correnti riformiste e filo-atlantiste che spingono per sostenere l’Ucraina anche con mezzi militari. Lorenzo Guerini per dire, senza esitazioni, chiede il rifinanziamento del supporto per il 2026, mentre Schlein, da parte sua, denuncia la spaccatura della maggioranza, ma evita scelte nette. Scomoda per lei la retorica della responsabilità senza però abbracciare la corsa al riarmo che imbarazza tanto l’elettorato progressista più pacifico quanto i partner europei più intransigenti.
A ingarbugliare, poi ancora di più la situazione, il solito Landini, lo sciopero della Cgil convocato per venerdì 12 dicembre aggiunge, caso mai ce ne fosse bisogno, benzina sul fuoco, offrendo un nuovo terreno di frizione interno al centrosinistra. Insomma, se il centrodestra, ha i suoi dolori, certo le opposizioni non godono di miglior salute, anzi, sono più che divise: sfaldate. Con questi avversari Meloni può preparare senza troppe apprensioni la successione a se stessa nel 2027, o anche prima se il Referendum giustizia va come deve andare.