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La nuova ‘ditta’ Schlein mette a tacere Delrio: riformisti come Trump

La proposta di ddl presentata dal Senatore Pd contro l’antisemitismo scatena l’ira del capogruppo Boccia: “Non rappresenta la posizione del gruppo né del partito”. In campo anche gli intellettuali d’area, Saviano in testa, che firmano un appello contro i dissidenti. Per regolare i conti, appuntamento all’Assemblea nazionale del prossimo 14 dicembre

di Vittorio Keller

Un silenzio pesante, tattico, calcolato, quello di Elly Schlein, che osserva la scena senza muovere un ciglio mentre, intorno a lei, i suoi menano fendenti come in una rissa da bar. La minoranza riformista? Una comparsa. Una figurina sbiadita costretta a incassare botte politiche senza nemmeno il beneficio del gong. E l’Assemblea nazionale del 14 dicembre servirà solo a mettere il timbro: la marginalità non è più un’ipotesi, è un atto notarile.

La segretaria e il suo ‘correntone’ — Franceschini, Orlando, Speranza, la “Triade del Progresso Permanente” — governano il Pd con mano ferma e tocco censorio. La linea è una, indiscutibile, scolpita nella pietra. Chi devia, anche di mezzo centimetro, viene rimesso in riga. Specie se osa sfiorare il nervo scoperto della politica estera: quel campo minato dove ogni parola rischia di incrinare il patto con M5S e Avs o, peggio, di irritare la componente ProPal che anima un pezzo robusto della base.

Così, quando Graziano Delrio — uno che di solito non alza mai la voce, figurarsi alimentare lo scontro — presenta un ddl contro l’antisemitismo facendo riferimento alla definizione dell’IHRA, già adottata da altri gruppi e persino benedetta in passato da governi amici, la reazione non è un dibattito: è un’esecuzione sommaria.

Il testo, innocuo come un manuale di educazione civica, si limita a rafforzare la “Strategia nazionale contro l’antisemitismo” e ad aggiornare strumenti formativi e digitali. Nulla che dovrebbe far saltare sulla sedia un partito che si proclama baluardo dei diritti. E invece: apriti cielo.

Il capogruppo Francesco Boccia si precipita a prendere le distanze come se Delrio avesse depositato un ddl per vietare il 25 aprile. “Non rappresenta la posizione del gruppo né del partito”, proclama, con tono da preside che sgrida lo studente sorpreso a disegnare sui muri della scuola.

Prima chiede a Delrio di ritirare la proposta. Quando lui rifiuta — con un coraggio che in altri tempi sarebbe stato definito “riformismo coraggioso” — si muove su un altro fronte: far ritirare le firme. Missione compiuta, in parte. Andrea Martella, Valeria Valente e Antonio Nicita che avevano firmato la proposta insieme tra gli altri a Pierferdinando Casini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Walter Verini, Sandra Zampa, si sfilano. Scena poco edificante, anzi penosa, consumata dietro le quinte.

Il paradosso? Il documento IHRA era stato accolto proprio dal governo Conte II, quello in cui sedevano, guarda caso, Boccia, Provenzano e Franceschini. Ma nel Pd delle geometrie variabili, ciò che ieri era un vanto oggi può diventare un reato d’opinione. Dipende da chi parla. Dipende da chi comanda.

Ma tant’è, Intanto, immancabile come il 7° Cavalleria, arriva anche la reprimenda degli intellettuali d’area, tra cui Roberto Saviano, Anna Foa, Carlo Ginzburg, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre, Helena Janeczek, Valentina Pisanty. Un drappello d’autore che firma un appello in cui accusa Delrio e soci di usare l’antisemitismo per limitare la libertà di ricerca e il dibattito critico su Israele.

Queste iniziative – scrivono – da un lato banalizzano l’antisemitismo, dall’altro, come si è visto anche nella recente offensiva del governo Trump contro le principali università americane, usano la lotta all’antisemitismo come strumento politico per limitare la libertà del dibattito pubblico, della ricerca e della critica legittima a Israele, che da anni porta avanti politiche violente, autoritarie e perfino genocidarie contro i palestinesi”.

In pratica, Delrio finisce sul banco degli imputati per trumpismo. Un upgrade polemico che nemmeno nei momenti migliori dei social. La Malpezzi prova a rimettere ordine, spiegando che non si introducono “controllori” nelle università ma si rafforza un presidio già previsto. Nulla da fare: l’atmosfera resta incandescente.

Delrio non arretra di un millimetro. E la grande kermesse del 14 dicembre, nata per celebrare il leadership day di Schlein, rischia di trasformarsi in un processo politico alla minoranza interna. Intanto, la segretaria continua a tacere. Non c’è gesto, non c’è parola, non c’è mediazione. Ma nel Pd, più che il silenzio della segretaria, a fare rumore è il frastuono dei colpi che i suoi fedelissimi stanno infliggendo ai compagni “deviazionisti”.

Sul palco parleranno di pluralismo, dialogo, convivenza delle culture politiche. Dietro, intanto, si contano i lividi. E mentre la casa democratica brucia, la linea ufficiale invita a non creare allarmismi. Anche perché, si sa, la sinistra non litiga mai: “discute”. E spesso, lo fa a mani nude.

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