

di Alfio Mancini
A tre anni dalla vittoria alle primarie contro Stefano Bonaccini, era il 26 febbraio 2023, Elly Schlein avrebbe dovuto aprire porte e finestre del Nazareno, spostare mobili, cambiare aria, sfrattare le abitudini. Doveva essere l’occupazione simbolica del partito da parte di una generazione nuova, fluida, allergica alle liturgie novecentesche. Invece è successo qualcosa di più sottile e più tipicamente italiano: il partito ha inghiottito l’intruso e lo ha metabolizzato.
Il guardaroba è cambiato, giaccone invece di doppiopetto, sneaker al posto delle suole di cuoio, lessico inclusivo invece del burocratese. Ma i meccanismi profondi, quelli che contano, sono rimasti intatti come parquet di pregio sotto un tappeto di design.
Il Partito democratico oggi somiglia a una versione sbiadita dei Ds: meno carico simbolico, meno dramma storico, meno pathos identitario. Dell’eredità del Pci non conserva l’epica, ma solo la disciplina. Non la tensione ideale, ma il riflesso organizzativo.
A questo si è aggiunta, con naturalezza quasi chimica, una sapienza democristiana fatta di prudenza, mediazione, perimetrazione del possibile. Non è una fusione, è una coabitazione di antiche scuole di potere.
La promessa era una sintesi culturale nuova, un asse liberal-riformista capace di tenere insieme diritti civili e lavoro, innovazione e protezione sociale. Quella promessa si è dissolta in una nebbia di parole d’ordine. L’antirenzismo ha funzionato come cemento identitario negativo: più facile definire il nemico interno che costruire un orizzonte positivo.
Nel frattempo, l’estetica del cambiamento ha sostituito la sostanza. Il politicamente corretto e il radicalismo sinistrese tanto evocato, agitato, temuto o celebrato a seconda dei punti di vista, è rimasto soprattutto un marchio comunicativo. Ha prodotto confusione, immobilismo e irritato molti, entusiasmato pochi, trasformato quasi nulla.
Dentro il partito, però, le gerarchie sono rimaste sorprendentemente stabili. A condurre le danze sono sempre loro, i vecchi padrini della ditta e i democristiani di lungo corso: Pier Luigi Bersani, Goffredo Bettini, Massimo D’Alema, Dario Franceschini. Non è un complotto, è una struttura. Non è nostalgia, è inerzia organizzata.
Ieri è stata annunciata l’imminente uscita della rivista online “Rinascita”. Guarda un po’ chi si rivede, l’antica testata fondata da Togliatti, proprio quella. Alla presentazione, la scena è stata occupata da Bettini e dalle conclusioni di D’Alema al quale, è notorio, non serve una carica per orientare. Basta la rete, la storia, l’autorevolezza sedimentata.
La segretaria era presente, ma a prendere appunti, come se il pensiero strategico fosse ancora custodito nei corridoi impolverati della memoria. Insomma, la leader più giovane della storia del Pd, ridotta a testa di legno, di un gruppo dirigente più esperto, rodato, vintage.
Non è un peccato avere maestri. È un problema non riuscire a emanciparsene. Dove sono i luoghi di elaborazione davvero nuovi? Dov’è il laboratorio culturale capace di produrre una visione originale dell’Italia contemporanea? Perché affidarsi a format e rituali che sanno di già visto?
La rivoluzione promessa si è fermata a un’operazione di facciata, perché cambiare un partito significa rompere equilibri, rischiare scissioni silenziose, rinunciare a protezioni. È molto più comodo innestare un linguaggio aggiornato su un ‘discorso’ antico.
Tre anni dopo, la fotografia è impietosa: l’energia iniziale si è tradotta in amministrazione ordinaria. La spinta simbolica in prudenza tattica. L’idea di “occupare” il partito in una lunga trattativa con le sue correnti storiche. Il paradosso è che nessuno sembra davvero scandalizzato. Perché il partito è sopravvissuto a tutto: a sconfitte, scissioni, metamorfosi. Ha una straordinaria capacità di adattamento.
La domanda è se questa capacità coincida ancora con la capacità di guidare il cambiamento del Paese. Se l’obiettivo era inaugurare una stagione costituente, siamo rimasti alla manutenzione straordinaria. Se la promessa era una nuova identità, ci troviamo davanti a una ristrutturazione cosmetica.
E così, mentre il lessico si aggiorna e le immagini scorrono sui social, la sostanza del potere resta dove è sempre stata: nelle mani di chi conosce il partito come si conosce una casa abitata da decenni. Forse la vera rivoluzione, al Nazareno, sarebbe stata cambiare architetto. Invece si è scelto di ridipingere le pareti.