

di Peppe Papa
C’è qualcosa di profondamente osceno — e non nel senso pruriginoso che tanto eccita la macchina mediatica — nella vicenda che ha travolto Nicola Caputo. Osceno non perché sorprendente, ma perché perfettamente coerente con il nostro tempo: un’epoca in cui la verità non conta più nulla, se non come postumo burocratico di una menzogna che ha già fatto il giro del mondo, incassato clic, generato odio e consumato una reputazione.
Il meccanismo è ormai rodato. Basta che un nome emerga, anche ambiguamente, anche per omonimia, da un archivio tossico come quello legato a Jeffrey Epstein, e la condanna è immediata. Non serve una verifica, non serve un confronto, non serve nemmeno un minimo di prudenza. Serve solo la velocità. La velocità è la nuova verità.
Quando il deputato americano Thomas Massie ha chiarito che il Nicola Caputo citato nei documenti era un’altra persona — più anziana di almeno dieci anni — la precisazione è arrivata come arrivano sempre le verità nel XXI secolo: in ritardo, in sordina, quasi con imbarazzo. Come una scusa mormorata dopo che la folla ha già lasciato la piazza, sazia di sangue.
Ma il punto non è Caputo. Caputo è solo l’ultimo bersaglio casuale di un sistema che vive di bersagli casuali. Un tempo, il potere distruttivo apparteneva agli Stati, ai tribunali, ai servizi segreti. Oggi appartiene agli algoritmi e alla pigrizia. La gogna è stata democratizzata. Non serve più una sentenza: basta un accostamento. Non serve più una prova: basta un sospetto. Non serve più un fatto: basta un nome pronunciato nel contesto sbagliato, magari al Congresso degli Stati Uniti, magari rilanciato su X, magari deformato da un titolo scritto per generare indignazione e traffico.
Il risultato è una forma nuova e più subdola di imbarbarimento: la sostituzione della realtà con la sua caricatura virale. La reputazione, che un tempo era il prodotto di una vita, oggi è ostaggio di un ciclo di notizie di sei ore. E non importa che Caputo sia stato eurodeputato al Parlamento europeo, che abbia attraversato partiti come Italia Viva e Forza Italia, o che oggi sia consigliere per l’export del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Tutto questo è irrilevante di fronte alla logica brutale del sospetto. Nella civiltà digitale, la biografia è fragile. Il sospetto, indistruttibile.
La cosa più rivelatrice non è l’errore. Gli errori sono sempre esistiti. È la sproporzione. Il sospetto occupa le prime pagine. La smentita occupa il trafiletto. L’accusa è virale. La verità è amministrativa. La diffamazione è spettacolo. La rettifica è burocrazia. È la perfetta economia dell’indignazione: il danno è immediato e irreversibile, la correzione è lenta e irrilevante.
Perché la verità non genera traffico. L’odio sì. La vicenda Caputo mostra una trasformazione antropologica prima ancora che mediatica. Non siamo più una società che cerca la verità. Siamo una società che consuma narrazioni. La verità è solo una delle tante varianti possibili, e spesso la meno interessante. Il cittadino digitale non vuole sapere. Vuole reagire.
Vuole indignarsi, partecipare, sentirsi parte del coro. Vuole la gratificazione morale immediata anche se arriva dal condannare qualcuno. La gogna non è più un incidente del sistema: è il suo carburante. E la politica, paradossalmente, è insieme vittima e complice. Vittima perché i suoi protagonisti sono esposti a questa violenza permanente. Complice perché per anni ha alimentato lo stesso meccanismo contro altri, legittimando l’idea che il sospetto fosse sufficiente, che l’insinuazione fosse uno strumento legittimo, che la reputazione fosse un dettaglio sacrificabile.
Il caso Caputo è quindi un paradosso perfetto: un uomo che scopre di essere colpevole prima ancora di essere accusato, e innocente solo dopo essere stato punito. “La verità arriva sempre”, ha scritto lui. Ma arriva troppo tardi. E allora la domanda inevitabile è: come ne usciremo?
La risposta, scomoda, è che non ne usciremo facilmente. Perché il problema non è tecnologico. È culturale. Non sono i social media. Siamo noi. Siamo noi che clicchiamo, condividiamo, giudichiamo. Siamo noi che preferiamo la velocità alla precisione, la rabbia alla comprensione, il sospetto alla complessità. Gli algoritmi non fanno altro che amplificare ciò che siamo diventati.
Uscirne richiederà qualcosa che la nostra epoca detesta: lentezza, responsabilità, memoria. Richiederà un giornalismo disposto a perdere la gara della velocità pur di vincere quella della verità. Richiederà cittadini capaci di sospendere il giudizio, di tollerare l’incertezza, di resistere alla seduzione della condanna immediata. In altre parole, richiederà una rivoluzione contro lo spirito del nostro tempo. Fino ad allora, altri Nicola Caputo emergeranno dal nulla, verranno travolti, e poi dimenticati. Nella civiltà digitale, la verità non è ciò che conta. Conta solo ciò che brucia meglio.