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Gratteri, dal tintinnio delle manette alla “rete” contro i giornali: il pm superstar e la libertà di stampa

Popolarità, referendum e nervi scoperti: quando la ribalta mediatica fa perdere il senso della misura. Dalle invettive sul referendum alla “rete” contro il Foglio: il caso che riaccende lo scontro tra magistratura e stampa

di Annalisa Pinto

Nicola Gratteri è probabilmente il magistrato italiano più mediatico del momento. Da tempo sembra aver scoperto che il palcoscenico televisivo rende molto più di un’aula di tribunale: talk show, interviste, presentazioni, editoriali. I giornali se lo contendono, le telecamere lo cercano, il pubblico applaude. Piacciono i suoi toni perentori, le tinte fosche, quasi apocalittiche. Fanno audience, scaldano i cuori di chi si entusiasma al solo sentire il tintinnio delle manette.

Ma la popolarità, si sa, è una sostanza che può dare alla testa. E Gratteri non fa eccezione. A volte scioglie la lingua oltre il limite della prudenza, con quella sicurezza assoluta — qualcuno direbbe con un filo di onnipotenza — che prima o poi porta a sbattere. Sostenitore in prima linea del No al referendum sulla riforma della magistratura, negli ultimi giorni il procuratore di Napoli si è lasciato andare a una raffica di dichiarazioni sopra le righe.

Ha dato del mafioso a chiunque voterà per il Sì, ha tirato in ballo a sproposito Giovanni Falcone e si è spinto fino ad arruolare il trionfatore di Sanremo, Sal Da Vinci, nelle fila degli oppositori al referendum. Peccato che Sal Da Vinci non ne sapesse nulla. Quando glielo hanno fatto notare, Gratteri ha liquidato la faccenda con un’alzata di spalle: “Stavo scherzando”. Ma è proprio su questo episodio che il magistrato è incappato nell’ennesima scivolata. E questa volta il bersaglio è stato particolarmente sensibile: la stampa.

Abbiamo chiamato Gratteri per capire perché ha detto che Sal Da Vinci voterà no al referendum (falso). Ci ha detto: scherzavo. E ha aggiunto: ‘Se dovete speculare fate pure. Tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete’”. Così ha scritto il direttore del quotidiano Claudio Cerasa in un post su X, allegando l’articolo pubblicato dal giornale.

Nel pezzo si racconta il botta e risposta tra il capo dei pm di Napoli e una giornalista del Foglio. “Ascolti — afferma Gratteri — se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure”. La cronista replica: “Diffamare?”. Il magistrato insiste: “Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti”. Fare i conti come? “Nel senso che tireremo una rete”. Una rete? “Pesca a strascico?”, chiede la giornalista. Risposta: “Speculate, pure”.

Già così la vicenda avrebbe qualcosa di inquietante: un magistrato che evoca “reti” contro un giornale non è esattamente un’immagine rassicurante in un Paese che dovrebbe tenere molto alla libertà di stampa. Ma il seguito è ancora peggiore. A qualche ora di distanza, il procuratore di Napoli ha rincarato la dose con una dichiarazione che suona come un avvertimento neppure troppo velato:

Prendo atto della ennesima polemica. Il nostro ordinamento prevede 90 giorni di tempo per presentare una querela penale e cinque anni per l’azione civile. Appena avrò un po’ di tempo valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile”. Quasi una minaccia burocraticamente scandita. Poi la postilla finale, che somiglia più a un’alzata di spalle che a una vera rettifica: “Se l’espressione da me utilizzata in una forma concisa non andava bene mi dispiace”.

Sul caso, ovviamente, è scoppiata immediatamente la polemica. Il centrodestra — e anche Italia Viva — hanno espresso solidarietà al Foglio. “Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa”, ha scritto sui social il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il deputato di Forza Italia Enrico Costa ha chiesto un’informativa urgente al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Solidarietà al Foglio è arrivata anche dalla segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante: “Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara: se uno si ritiene diffamato, querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione”. Dal fronte del No, invece, nessun commento. C’è da sperare che sia solo imbarazzo.

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