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“Eptathlon”, sette donne riscrivono il mito dello sport al Campania Teatro Festival

Nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale debutta con successo lo spettacolo di Sportopera curato da Claudio Di Palma: sette storie di atlete straordinarie raccontano coraggio, sacrificio e rinascita

di Serena Cirillo

Nel suggestivo Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale di Napoli, grande successo per il debutto di “Eptathlon”, nuovo capitolo della rassegna Sportopera curata da Claudio Di Palma nell’ambito del Campania Teatro Festival.

Lo spettacolo ha proposto al pubblico sette stanze sportive al femminile: sette storie di pioniere coraggiose, sette numeri identificativi di altrettante vite intere, racchiuse in un’ora e quindici minuti di narrazione corale.

Come nell’eptathlon olimpico un’atleta è chiamata a misurarsi in sette discipline diverse, così lo spettacolo ha messo in scena sette storie di donne che hanno fatto dello sport un atto di resistenza, riscatto e trasformazione.

A dare corpo e voce a queste vicende sono state sette interpreti — Silvia Ajelli, Linda Dalisi, Sara Lupoli, Annalisa Madonna, Fabrizia Sacchi, Giovanna Sannino e Caterina Tieghi — che hanno firmato anche la regia dei rispettivi episodi, col coordinamento scenico dello stesso Di Palma. Le scenografie, curate dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli nella cattedra del professor Luigi Ferrigno, hanno accompagnato con misura il passaggio da una stanza narrativa all’altra.

Il filo conduttore che ha legato i quadri è stato quello dei numeri: cifre che nello sport misurano tempo, spazio, punteggi, percentuali, ma che sul palco sono divenute chiavi simboliche capaci di aprire, come recita la nota di regia, “misteriose cavità dell’anima”. In “Una ragazza nel mare”, Fabrizia Sacchi ha ripercorso le 35 miglia nuotate da Gertrude Ederle, la prima donna ad affrontare, esattamente cento anni fa, la traversata della Manica, stabilendo un tempo record assoluto, sia maschile che femminile.

Caterina Tieghi, in “La quinta di Mahler”, liberamente ispirato a un racconto di Emanuela Audisio su Ekaterina Gordeeva, ha restituito il bacio che nel gennaio 1989 legò le sorti della pattinatrice russa a quelle di Sergej Grinkov, in un equilibrio miracoloso sospeso tra vita, vittoria, morte e rinascita.

Non meno intensa l’interpretazione di Annalisa Madonna in “Fidelia”, dedicato ad Ana Fidelia Quirot: il 38% di pelle ustionata sul corpo della velocista cubana, ferita dalle fiamme fino a perdere la figlia che portava in grembo, non le ha impedito di tornare, con le sue gambe, le più veloci del mondo, a percorrere ancora una volta la pista.

Silvia Ajelli, che ha adattato per la scena il testo di Emanuela Audisio, ha interpretato “Un altro salto buono”, dedicato a Kerri Strug e al punteggio di 9,712 che le consegnò l’oro olimpico nonostante l’infortunio, un piede solo capace di reggere l’orgoglio di un’intera squadra.

Sara Lupoli ha invece firmato coreografia e interpretazione di “Giulia”, liberamente ispirato a “Coppi e il diavolo” di Gianni Brera: i 270 chilometri pedalati da Fausto Coppi fino al trionfo iridato di Lugano, restituiti attraverso lo sguardo femminile, tra il ricordo di un soprabito bianco e una Bianchi che resta memoria.

Giovanna Sannino, in “Un lancio nel buio” scritto da Antonio Marfella, ha dato corpo alla categoria paralimpica F12 del getto del peso, raccontando un’atleta ipovedente che ha imparato a far volare un peso fino al limite estremo del mondo consapevole del rischio di perdere definitivamente la vista.

A chiudere la sequenza, Linda Dalisi in “Intersex”, portando in scena i 46 secondi di un incontro di boxe interrotto anzitempo, carico di interrogativi sull’identità, sul testosterone e sull’etica dello sport, sullo sfondo di solitudini e colpi incassati, inferti, fisici e morali.

Un mosaico di storie realmente accadute, o liberamente ispirate a vicende sportive note, che Sportopera ha saputo trasformare in materia drammaturgica, conferendo allo sport la sua dimensione più intima e umana, oltre il resoconto agonistico. Il pubblico ha lasciato il Cortile delle Carrozze con la sensazione di aver assistito, più che a uno spettacolo, a un atto di memoria collettiva al femminile, capace di trasformare i numeri dello sport nel racconto di sette vite intere.

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